Parte IV – L’orto degli ulivi

Ritornai in quel giardino terribile qualche settimana dopo. Il turbamento del primo momento aveva lasciato posto al desiderio di una conferma o di convincermi che nulla di ciò che avevo visto era stato.
Altro mi premeva, forse più di ogni altra cosa: ritrovare Lei. Non la riconoscevo più, quel fiore di loto l’aveva turbata a tal punto che i suoi occhi, diamanti blu, di luce troppo forte, per me inguardabile, risplendevano. Era una luce lontana da questo umano comprendere, un discreto ineffabile. Volevo riportare Lei allo stato semplice e spensierato dei nostri primi incontri. Opprimente era per me, nudo e infame, questa sua profondità e questa sua aurea mistica e seria che la circondava, e tutt’ora il Lei permane. Pensai che riportandola in quel bivio, l’umana incertezza e la giovine spensieratezza si sarebbe impossessata nuovamente di Lei.
Con fatica riuscì a convincerla a seguirmi, di sera, in quel giardino complesso.
Come un equipaggio in preda allo sconforto per avere perso la rotta a causa del fortunale, ci ritrovammo insieme a girare senza meta tra sentieri ed alberi: tutto era cambiato, niente si era mantenuto dalla volta precedente. Tutto intorno a noi si presentava come mistero, difficoltà dentro la difficoltà, mistero in quel mistero.
Si apriva dinnanzi a noi un giardino di ulivi, ivi entrammo e con riguardo ci chiuse dentro di sé. Avanzammo timorosi tra il fogliame che si faceva più fitto, fino a quando di fronte a noi apparve un secolare ed imponente albero di ulivo. Ai piedi di esso, un gruppo di uomini stava seduto e pareva avvolto nell’abbraccio paterno di quella pianta maestosa. Non era di certo una comitiva di uomini chiassosi. Nonostante ciò era impossibile non notare che uno tra tutti fosse centro d’attenzione e risposta di parecchie domande.
Di noi si accorsero e con amicizia ci invitarono a sedere con loro. Sedemmo senza farci pregare e subito un alito profumato di serenità e amore ci pervase, tuttavia rimasi diffidente nei confronti di quegli sconosciuti. Non erano in più di dodici a tenerci compagnia. Con le spalle poggiate al tronco dell’albero stava Lui, l’uomo a cui tutti prestavano ascolto ed a cui tutti rivolgevano le proprie domande. «Era un uomo comune, vestito come tanti, il volto sereno di chi non teme, senza ombre di rancore, gli occhi profondi del colore della terra, lo sguardo libero di chi non odia nessuno e comprende tutto». Fu il suo sorriso ad accoglierci.
Quelli che erano con Lui continuavano ad interrogarlo, benché la nostra presenza. Non è facile frenare i propri interrogativi al cospetto di colui, che si dice, sia “venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità”, che inesorabile scaturiva dalla sua voce.
Ma cosa è la verità?
«Ma cosa è la verità?». Fu proprio questa la prima domanda che uno dei presenti rivolse a Lui, da quando avevamo preso posto insieme a loro.
Per un istante fu il silenzio. Non tardò però, la risposta. Con voce serena e calda, iniziò a parlare.
– Venne un uomo, un tempo, che rispose con la sua vita a tutti  coloro che gli posero questa stessa domanda. Fu l’unico ad indicare la soluzione, ma tra quelli che ricevettero risposta furono in pochi a capire.
Purtroppo alla verità è difficile credere. Gli uomini hanno sempre dato esclusivamente peso alla falsità che la pistis dà della vita. E sempre gli uomini hanno confuso con la vita la morte, e ritenuto vero ciò che è falso. Quell’uomo voleva mostrare agli uomini “la via, la verità e la vita”, per questo venne al mondo e dal Padre fu mandato. La verità non ha una definizione, perché se tale fosse, essa potrebbe essere confuta, girata o travisata, come accade per tutte le parole umane. Per questo gli uomini non lo accettarono e non capirono.
«Che razza di risposta è mai questa!» pensai. Non ero molto disposto a stare seduto lì. Ero tornato in quel giardino per cercare e non potevo perder tempo ad ascoltare quei discorsi che non capivo. Notai però, che Lei, seduta fianco a me con le gambe incrociate, seguiva con attenzione e affezione il verbo di quell’uomo. Non volli turbarla, il suo volto era chiaro e disteso e dai suoi occhi traspariva la voglia di conoscere, di avere indicata la via.
Uno tra i presenti allora, avanzò un altro quesito al seguito della risposta, che l’uomo seduto dinnanzi all’albero aveva dato.
– Ma se non è possibile dire la verità con le parole, come fece costui a dare risposta e ad indicare la via alla verità?
Plaudivo questa domanda, credevo infatti, che per tramite di questo interrogativo si potesse rivelare la mendacità di quei discorsi.
I raggi lunari trafiggevano le fronde degli ulivi e teneramente il volto di Lui nel momento in cui disse all’amico:
– “In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini: la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”, gli uomini non l’hanno accolta. Egli la luce, la verità che venne al mondo per illuminare gli uomini. Troppo facile è indicare ciò che è la verità se l’esistenza è guidata da altro… ed Egli dimostrò di vivere secondo verità, mostrando agli uomini che erano con Lui in che modo la vita fosse luce e verità. E questo lo fece soltanto per gli uomini, per dare loro salvezza e vita eterna.
Nessuno mormorava, nessuno fiatava, tutti sembravano estasiati da tali parole. Soltanto a me pareva non capire e non sopportare.
Tutto ad un tratto fu Lei a prendere parola:
– Maestro…
«Maestro?». A tal punto arrivava l’osservanza e il rispetto per un uomo conosciuto da qualche attimo? Mi prese gelosia, se non quasi odio, ma Lei continuò:
– … Maestro, quello che dici è duro da intendere. Spiegaci meglio, cosa voleva dire l’Uomo di cui racconti.
Sarei scappato da lì se la testa di Lei non si fosse delicatamente poggiata sulle mie gambe. Le mie dita allora si mossero tra i suoi capelli, come solchi di lacrime. Mi prese allora, la curiosità e la voglia di sapere.
Con calma stoica e con serenità di sguardo si voltò verso di noi. Ora le sue parole emanavano un calore, una carezza, un alito somigliante ad un abbraccio e ad una certezza. Mi sentì come avvolto da un manto di protezione e su di Lei vidi scendere il sereno velo del cielo.
Lui disse:
– Egli lasciò per tutto una sola risposta, un comandamento diverso, non un divieto, non un ordine, bensì il messaggio di verità, il segreto della vita eterna. E non pensato che fu così solo per dire: Egli prima di insegnare, fece e continuò a fare! Dimostrò attraverso la sua stessa vita il suo messaggio di verità, la “buona novella”. La notte, in cui diede l’addio, volse ai suoi amici queste ultime parole: “ vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Queste parole furono dette la sera di quell’addio, in quella notte, forse la più lunga dell’umanità. Questa che Lui indicò è la via alla verità, alla vita eterna. L’amore è la vita, e soltanto credendo in Egli, diceva, si potesse avere salvezza. E con altrettanto amore disse: “se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo”. Capite? Per salvare il mondo e non per condannarlo!
A quelle parole nuove fu posta altra domanda, qualcuno chiese:
– Che vuol dire “nella sera dell’addio”? Abbandonò forse i suoi amici?
– No! Mai Egli abbandonò i suoi amici. Questo addio fu più un “arrivederci, a presto”. Quella sera egli diede prova definitiva della verità del suo messaggio. Quella stessa notte e nel giorno a seguire Egli diede il massimo agli uomini, tutto il suo amore; andò contro il mondo per salvare il mondo. Lavò persino i piedi a ciascuno dei suoi amici, come esempio, come ultimo dei servi… questo perché Egli, Figlio, amò il mondo più di chiunque altro!
Ascoltavo quelle parole, ora con più attenzione. C’era qualcosa che non poteva sottovalutarsi, che non passava inosservata: era il volere dare la propria vita per ottenere la salvezza degli uomini.
Ma quanto vale salvare questo mondo? Vale proprio la pena offrire così tanto per così poco? Proprio durante queste parole una donna è stata stuprata, un bambino è stato violato, un disabile è stato picchiato e rapinato, un clodo è stato dato alle fiamme nel cuore della notte, un anziano è stato accoltellato, una madre è stata privata del figlio, uno scuolabus è stato distrutto a Gaza City, un ospedale è stato isolato a Belgrado e un villaggio è stato devastato in Congo. Vale proprio la pena spendere qualcosa per questo marciume?
Queste domande mi giravano in testa. Ero quasi intenzionato a chiedere, quando Lei rivolse ancora la parola:
– Maestro, che fu allora di quell’uomo?
– Di Egli fu l’adempimento. Il logos, sceso al mondo, sconfisse la morte e dimostrò agli uomini la vita. Qualcuno, prima di quella sera, aveva deciso che Egli dovesse morire. Per questo subì “il riso al rumore dei chiodi che ignobili carnefici piantavano nelle sue carni vive, gli sputi della gentaglia del corpo di guardia e delle cucine, le spine sulla sua testa, la pesantezza del suo corpo, il sangue e il sudore e la pallida fronte”. Per questo subì la crocifissione, sorte destinata ai malfattori.
Ma Lei lo interruppe:
– Ma non era un malfattore! Un uomo che dà tali insegnamenti non può essere un delinquente! Perché tale sorte?
Non si scompose l’uomo ai piedi del grande ulivo.
– Donna di un’anima profonda, la salvezza dell’umanità doveva passare dalla croce. Non era certamente un malfattore, ma coloro che lo odiavano lo accusarono e gridarono la sua morte.
Mosse da me allora, una voce tremante:
– Perché lo accusarono? E di cosa?
In quel momento forte si strinsero le nostre mani, mentre nell’altra duro il pugno si chiuse.
– Lo accusarono perché Figlio di Dio. Non era una semplice accusa di blasfemia, perché per i bestemmiatori di tale sorta, quali erano i suoi accusatori, non può essere un peccato o una colpa. Egli fu accusato e condannato perché era veramente Figlio di Dio, perciò volevano morisse, per rimandarlo il più possibile da essi lontano.
In quello stesso istante sentì le lacrime di Lei bagnare il mio ginocchio. Lei piangeva quell’uomo, quell’amore che nessuno aveva compreso. Il silenzio regnò in quegli attimi, rotto soltanto dai singulti teneri di Lei.
La luna piena alta nel cielo illuminava il suo volto bellissimo e faceva luccicare i solchi delle lacrime lasciati sulle gote. Commosso fui anch’io; rimasi come gli altri in silenzio, anche per non destare dal sonno Lei, che nel frattempo si era addormentata su di me.
La lampada ad olio, che stava in mezzo, aveva esaurito il suo combustibile ed irrimediabilmente si era spenta. Lui riprese a parlare:
– Con la croce sconfisse la morte, senza mai un attimo di rancore, con i chiodi alle mani e ai piedi ed una lancia nel costato; pregò per il mondo, perché la salvezza per il mondo giungesse. Il terzo giorno risuscitò, ma in croce aveva già distrutto la morte e amato il mondo.
Pensavo e nel contempo guardavo Lei, immersa nel sonno. Riflettevo su quanta rabbia causava in me quella conclusione amara, quella fine atroce per un uomo che amava così tanto. Fui però distratto da un sopraggiungere minaccioso di passi pesanti. Un gruppo di uomini armati, con strane uniformi, giunse nel luogo in cui ci trovavamo. Appena arrivati, l’uomo seduto ai piedi dell’albero s’alzò e chiese loro:
– Chi cercate?
Fu fatto un nome e Lui rispose:
– Sono io… vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano.
D’un colpo tutti quelli che erano con Lui scapparono, svanendo nell’oscurità della notte. Rimanevo io, impaurito e tremante come una foglia, seduto per terra a sorreggere Lei che dormiva. Volevo fare qualcosa o forse scappare, tanta era la paura, ma la scomoda situazione mi impediva tutto.
Il distaccamento di guardie e soldati prese e legò quell’uomo sereno, la cui favella aveva acceso un barlume di speranza e verità. Ad un tratto scomparve e con Lui le guardie. Mi guardai intorno, tutti erano spariti, non rimaneva più nessuno; tutto era nero come la pece, la luna scompariva dietro una nube; incombeva il silenzio. Sembrava fosse finito tutto, faticavo a capire se era stato tutto un sogno o se era successo davvero: eppure l’immagine della croce era così nitida!
Decisi allora di svegliare dal sonno Lei. Quel giardino ci riservava un po’ troppi sconvolgimenti in quel periodo. Era tardi, se non mattino presto. Si sentì lontano un gallo cantare. Con delicatezza e riguardo la scossi, poggiando la mia mano sulla sua spalla. Lentamente aprì gli occhi e parve che dalle sue pupille giungessero parole d’amore. Alzato il capo mi disse:
– Che è successo? Dove siamo? Dove sono finiti tutti?
Impotente e stanco risposi.
– Non so. Non saprei. So soltanto che oggi il sole tramonterà in anticipo…
Con gli occhi bassi, nuovamente abbandonammo il giardino e mesti riprendemmo insieme la strada di casa.

Lorenzo Cusimano, Casteldaccia (Italy), 2009.

 

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