Parte III – Gli otto petali del fiore

La noia arriva col pomeriggio. Ozioso andai alla ricerca di uno svago. Trovai nella cassetta una lettera. La busta profumata conteneva un petalo di fiore ed un messaggio: «vediamoci al crepuscolo nel giardino dei salici gemelli. Porta tutto te stesso… ».
Diffidente, ma bramoso di scacciare la noia, mi avviai.
Arrivai ai salici gemelli proprio nel degradare della luce del giorno. Vicino ai due alberi, il sentiero, che fin lì mi aveva condotto, si divideva in due viattoli, apparentemente paralleli: sembrava portassero al medesimo luogo. Un elemento particolare distingueva però, le diramazioni: avevano un’illuminazione diversa. Quella a destra era, all’inizio, molto illuminata, ma via via, proseguendo avanti, la luce scemava sino a spegnersi, tanto da non vederne la fine. Il vialetto a sinistra, invece, oscurato in principio, andava progressivamente accendendosi, sicché da rendere luminoso ed inguardabile il termine di questo. Di nessuna via vedevo la fine, eppure dalla stradina a destra sentì giungere una voce dolce. Intravidi la sagoma slanciata e i contorni della sua chioma mossa: era Lei! Era Lei ad avere scritto il messaggio! Ovvio, chi altro poteva essere stato in quel giardino vuoto? Nonostante ciò, esitai a dirigermi verso Lei.
La stradina del lato manco nascondeva nella sua penombra d’ingresso strane ombre e forme, e anche da essa sentì giungere qualcosa alle mie orecchie: sembravano i lamenti di un infermo, l’ansimare affannoso di un anziano, i gemiti di coloro che piangono i loro defunti. Questa via era terribile, non valeva percorrerla. Nell’altra una donna mi attendeva, un angelo scolpito, forma divina ed ideale, viso niveo in quella foresta di scuri capelli.
Ciò che appare spesso non è. Ma di cosa diffidare? Rimasi al bivio, tentennante. Due forze spingevano opposte. La luce attirava a sé, si aprì la voglia di conoscere. Dolci parole d’amore di Lei, intanto, mi chiamavano. Duro è combattere contro due forze.
Più forte si fece il tormento dei lamenti sopraggiunti e così vidi chiaramente i corpi dolenti che esprimevano la morte. Tragedia su tragedia: vecchiaia, malattia e morte. Qual è il senso di queste cose?
Voce di donna ancora si levò.
– Perché indugia il tuo passo? Vieni, raggiungimi, ho bisogno di averti accanto! Per stare vicino siamo nati, io e te!
Nati per stare vicini? Che nascita fortunata! Che sorte nefasta però, ha voluto che altri uomini patissero tali pene, riservando a me più alte gioie? Oppure anch’io sono nato per invecchiare, ammalarmi, morire? Voglio essere sicuro che ciò a me non accada.
– Amata dolce e donna meravigliosa, allo stesso modo io desidero stare tra le tue braccia. Ma prima dimmi se al tuo fianco la morte non mi colpirà, la malattia non mi prenderà, la vecchiaia non rovinerà mai la mia giovinezza e il nostro amore non finirà mai. Altrimenti cosa sarà starti accanto se prima o poi dovremo separarci con la morte? Mi rendo conto che è vana la speranza. Nel momento in cui sono nato decisa è stata la mia rovina e nel momento in cui siamo nati segnata è stata la fine del nostro amore!
Lei pianse d’amarezza ed io a stento trattenni il morso al labbro tremante. In testa vennero scene mai ricordate, sebbene familiari: altre vite, ma eguali dolori e altre separazioni.

Come gli uccelli si incontrano
sull’albero che tutti li accoglie
per poi di nuovo volare
l’uno dall’altro lontano,
così ogni incontro tra noi
finisce con la separazione.
Nuvole in alto si addensano
poi l’una dall’altra si stacca,
così ogni uomo si incontra
così poi si separa.
Separazione è il destino
che ogni uomo colpisce,
non siamo noi di nessuno,
simile a un sogno è ogni incontro.
Se in autunno ogni albero
del verde splendore si priva
delle sue foglie,
non è fatale anche tra noi
l’uno dall’altro separarci?

Nel dolore placati si erano i lamenti della strada che si illuminava pian piano, tuttavia il tormento si radicò nel mio cuore. Nello stesso, rifugio del suo amore, si fece largo la necessità di porre fine agli strazi causati dalle voci e dalle riflessioni terribili sullo stato delle nascite, rinascite. Non riuscirono le sue braccia a placare tale dolore!
– Il tuo abbraccio, dolce donna, è causa di altro dolore, poiché dal piacere della tua pelle e del tuo profumo, portato a desiderare ancora sono e sarò, e mai sazio, un altro abbraccio chiederei, e poi un altro e un altro ancora, e poi di più, sempre di più – i piaceri non durano niente, rubano il bene dal cuore, vuoti come miraggi – ma come possono essere i tuoi baci fulmini o serpenti crudeli?
Il tempo scorre, ed il sole è già tramontato da un pezzo. Alte sono Orione e Cassiopea. Rimasi ancora fermo al bivio dell’esistenza. Tesa era l’aria e la sua immagine era così nitida: causava dolore vederla desiderare e piangere la separazione. Per Lei soffrivo e per me vagavo incerto: i piaceri e i sensi ci distruggono. Ci sarà un modo per salvare noi, uomini tristi, nati e destinati a patire la separazione, la morte, la vecchiaia, la malattia a causa della (ri)nascita?
Così, tutto ad un tratto, dal sentiero, la cui fine era immersa nella luce, comparì un grande e magnifico fiore di loto, formato da otto petali. Su ogni petalo stava scritto qualcosa. Una voce serena e leggera s’udì: «uomini, si invecchia e si muore soltanto se si nasce! ». Dal fiore si stacco un petalo. «La nascita è il risultato dell’esistenza precedente e delle azioni compiute in essa. Queste azioni hanno radice nell’attaccamento alle cose del mondo». Un altro petalo cadde dal fiore. La voce riprese la sua rivelazione: «l’attaccamento è generato dalla concupiscenza, che brucia il vivente. I sensi che generano il desiderio, sono la causa delle azioni, delle colpe e dei dolori». Così si distaccò il terzo petalo. «La concupiscenza nasce dalla fame insaziabile. Essa è frutto delle sensazioni, è generata dal contatto tra i sensi e la mente. Quest’ultima è sempre impegnata nella ricerca della felicità». Volarono via anche il quarto ed il quinto petalo del loto. Continuò l’aria a vibrare: «la ricerca è frutto della coscienza. Essa è l’io, la goccia che non vuole sciogliersi». Cadde il sesto, e poi il settimo.
Tutto sembrò quietarsi per un istante. Giunse al mio fianco Lei, tremando e con la paura nel volto. Cercava i miei occhi e gli occhi miei cercavano Lei, ora vicina: Lei così bella come un sorriso distratto; gentile come una beatrice; lontana da ogni posa volgare, più di ogni altra: leggera alla mano come polvere di diamanti; fresca come brezza di inizio primavera; tra tutti i metalli l’oro puro; tra tutte le masse d’acqua l’oceano; tra gli astri la luna; tra le costellazioni il Piccolo Carro; il sole tra tutti i fuochi che bruciano nell’Universo; tra tutte le donne, grazia e coraggio.
D’improvviso più forte si fece la luce proveniente dallo splendido fiore, rimasto con un solo petalo, Lei più forte si strinse a me. Voce in ottave più alte si diffuse nell’aria: «l’io è la causa di tutte le rinascite. Bisogna distruggere l’io per porre fine alle rinascite». Cadde in tal modo anche l’ultimo petalo ed il fiore sparì, la luce svanì. Nulla restò, solo io e Lei. Rimase il silenzio.
Dal cielo otto petali s’adagiarono come piume sulle nostre mani. Su di essi era impresso: «se l’io è distrutto sarà distrutta la nascita e se è distrutta la nascita sarà distrutto l’attaccamento e se è distrutto l’attaccamento distrutta la concupiscenza sarà e se è distrutta la concupiscenza sarà distrutta la sensazione e se è distrutta la sensazione sarà distrutta la mente e il corpo e se è distrutta la mente e il corpo distrutta sarà la coscienza e se è distrutta la coscienza sarà dissolto l’io… e se niente più potrà rinascere, perché è distrutto l’io, è distrutta la nascita».
A Lei rivolsi ancora qualche parola.
– Sarà il destino a toglierti me, sarà il destino a togliermi te…
Con gli occhi bassi abbandonammo il giardino dei salici gemelli e mesti riprendemmo insieme la strada di casa.

Lorenzo Cusimano, Casteldaccia (Italy), 2009.

 

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