La pioggia in città

Città: piove.
– Ehi, entra in macchina, ti do uno strappo a casa!
– No, grazie! Non è necessario!
– Dai, vuoi farla a piedi? È ancora lungo il tragitto.
– Sono solo pochi passi e poi fa bene camminare a piedi: forse non ai polmoni, con tutto questo smog, ma alle gambe, sì!
– Su, dai… sta piovendo!
– Ottimo: l’aria è più fresca! Se non più pulita… sai le polveri sottili vengono giù e vanno via con l’acqua delle fogne…
– Ma… ma scherzi? Sta piovendo… ti bagnerai tutto!
– Cosa importa?
– Su… non fare lo scemo! Stiamo perdendo solo del tempo in chiacchiere inutili! E poi rischi di prendere un accidente: una febbre… una polmonite… Oh mamma… guarda come piove!
– No! Grazie lo stesso! Vo’ a piedi!
– Ma fai come vuoi! Almeno prendi il mio ombrello!
– Perché?
– Come perché?! Ti stai bagnando! Arriverai a casa fradicio!
– Fradicio, umido, asciutto. Ascolta me: non importa! La pioggia è vita, la pioggia è acqua…
– Ma cosa dici?
– … la pioggia è vita ed io non ho paura della vita… della pioggia. Non ho paura della pioggia. Quest’acqua che cade mi entra dentro. Cammino, sto fermo, penso, ma la pioggia è vita. La vita di cui molti, tra cui tu, hanno paura… hanno paura della vita… hanno paura della pioggia: codardi, codardi… tanto parlare di coraggio, di scelte future, di occasioni, sogni, desideri… codardi.
– Tutta questa vita che scende è un dono di nessun dio, ma solo di forza-vita-natura. Sarebbe un peccato ripararsi e nascondersi sotto un ombrello, in un’auto o sotto un balcone: anzi sarebbe semplicemente da codardi.
– Codardi? Vita? Ma di che cazzo parli? La pioggia ti dà alla testa, altro che alla vita!
– Dì quel che vuoi… mentre acqua dal cielo scende. Le mie spalle raccolgono alcune gocce di vita e i miei capelli si concedono, come quelle dolci puttane sul marciapiede di fronte, a tutto ciò. I tuoi poveri capelli, invece, hanno paura, infatti ormai a stare sotto la pioggia sono quasi esclusivamente i calvi. Ganzi voi ed io pazzo. Meglio pazzo e vivo, che ganzo e codardo. La città ti assorbe e t’inquina l’anima, che solo con quest’acqua può lavarsi. Non è moralismo questo… io odio il moralismo, odio la gente per bene e odio chi oggi si offende. Guardati dietro… guardati nel passato: dov’è la vita? Perché la paura? Hai pianto e piangi tuttora: sola, chiusa in quell’auto, ferma. Odio il nero dei tuoi occhi che mi guardano incapaci. Occhi di chi ha solo paura… ma paura di che… di chi! Cazzo, non capisco! Eppure viviamo… viviamo di vita… almeno credo… almeno spero… almeno… eppure tu non vuoi, eppure io parlo, eppure tu ascolti! Renditi conto: se scappi alla vita scappi a te stessa, se scappi a te stessa è perché hai paura della vita.
– Tu… tu, invece, che ti stai bagnando… tu, invece, non hai paura della vita… non hai paura di te stesso.
– Io questo non l’ho detto! Io non scappo… io non scappo perché non ho nulla da cui fuggire… sarei forse il primo a farlo… però resto qui… resto qui per potere provare, ritornare a provare quella vita da cui tu corri via. Io non vivo… voglio che questa pioggia mi dia vita… ma tu perché non vieni sotto la pioggia? Dai vieni qui, scendi da quell’auto!
– Ma tu sei pazzo… pazzo da legare! Sono in un ritardo pazzesco, ho un appuntamento di lavoro, non posso perdere più tempo con te! E poi si rovinerebbe l’acconciatura!
– Vieni qui… inumidisciti… bagnati di questa vita…
– Pazzo, pazzo da legare!
– Chiuse il finestrino e andò via.
– Pazzo? Io? Io e la mia pioggia: vita, vita, vita… ah ah ah ah…

 

Lorenzo Cusimano, Casteldaccia (Italy), 2006.

 

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