Il sacco – Terza parte

Il pomeriggio del giorno seguente Piero s’apprestava a uscire, ma quando aprì il portoncino di casa trovò di fronte a sé una figura intenta a spulciare il citofono, con le mani tenute delicatamente dietro la schiena. Era Sara.
– Che ci fai qua? – chiese Piero con enorme sorpresa.
Sara non si era accorta di chi usciva dalla porta e sobbalzò per lo spavento, causato da quella inaspettata voce. Si voltò e vide Piero che la osservava con un gigantesco punto interrogativo stampato in viso.
– Cercavo te! – rispose Sara sorridendo – Ero sicura abitassi qui, però non ricordo il piano e poi in questo condominio ci stanno tanti col tuo stesso cognome!
– Devi avere un’ottima memoria! Forse i ricordi più nitidi sono quelli delle cose vissute da bambini, e poi abitavamo nello stesso quartiere. Ma… perché mi cercavi?
– Ieri sei andato via all’improvviso, il tuo amico urlava una tragedia, e quindi sono venuta a sincerarmi che fosse tutto ok. Mi trovavo da queste parti…
Piero non sapeva come coprire l’imbarazzo per la balla colossale della sera prima, messa a punto con il suo amico per scappare da una situazione poco piacevole.
– Grazie per l’interessamento, ma per fortuna non è stato nulla di grave. Servivano un paio di braccia al mio amico Lorenzo per sostituire una ruota…
– Ah… – fece Sara un po’ confusa da quella spiegazione – meno male, temevo qualcosa di realmente spiacevole.
– Perdonami se sono andato via prima, ti ho lasciato comunque in buona compagnia… – aggiunse Piero con qualche punta di sarcasmo.
– Ti do la possibilità di rimediare, sai? – replicò Sara con l’aria di chi aveva scoperto tutta la macchinazione – Stasera potresti salvarmi da una serata noiosissima a casa dei miei parenti. Non mi va di marcire con quelle vecchie ciabatte delle mie zie e purtroppo i miei amici sono tutti impegnati.
Piero era sorpreso da quel tipo di richiesta, ma non poteva di certo negarsi alla richiesta di soccorso lanciata dalla ragazza. Concordarono l’ora; un luogo dove andare si sarebbe scelto al momento. Sara si allontanò e Piero tornò subito a casa, dimenticando ogni altro impegno.
Forse per una birra non vale la pena fare la barba, ma per una serata in due è necessario anche il dopobarba! Piero si preparò quasi fosse l’appuntamento della vita, o una cena d’affari, il conferimento di un nobel, l’assegnazione di un oscar, la finale di Coppa dei Campioni Milan-Juve.
Era evidente che qualcosa era cambiato nella sua testa: un’idea insana cominciava a farsi largo, come un tarlo che inizia a rosicchiare il legno immobile. Voleva essere perfetto, impeccabile, indimenticabile, una silloge del suo meglio: in poche parole il miglior Piero mai visto prima sulla faccia della terra, sebbene il cosiddetto miglior Piero non fosse più della normale umanità.
Il tempo trascorreva impaziente e pareva che le lancette non dovessero mai toccare le 21:30 prefissate.
La puntualità di Piero era maniacale e la voglia di Sara di scappare via dalle sue zie era esasperante: si ritrovarono insieme in macchina a girare cercando un posto dove stare tranquilli e bere qualcosa.
La serata era piacevole, il clima siciliano rende gentili le notti di agosto. Sara, scampata al pericolo di invecchiare insieme ai suoi parenti, si era abbandonata alla spensieratezza di una rilassante e rinfrescante bevuta in compagnia di una vecchia conoscenza e sembrava gradire parecchio la conversazione di Piero. Lui aveva per l’occasione tirato fuori tutti gli avverbi e i vocaboli desueti, come se fossero le parole ad affascinare la gente e non gli occhi sinceri e intrisi di emozioni. E poi bisogna pur sempre saper raccontare qualcosa, che non sia soltanto una mera esaltazione delle banali azioni umane. Le di lei risate rendevano ancora più lieto il trascorrere di quel tempo insieme, e dopo una bevanda decisero di fare quattro passi vicino al mare.
– Sei soddisfatto del concerto dell’altra sera? – domandò Sara per ravvivare la chiacchierata, che aveva esaurito una parte della carica e dell’allegria iniziali – no, no, aspetta dimmi prima qual è il pezzo che preferisci in assoluto del loro repertorio.
Piero, con lo sguardo di chi non sa proprio come rispondere, disse:
– Non ho, invero, un brano degli Afterhours preferito. Di solito sono i miei stati d’animo a consigliarmi gli ascolti… posso dirti che ultimamente ascolto spesso “il compleanno di Andrea”.
– 15 novembre! – esclamò Sara.
– Come, scusa? – chiese Piero non comprendendo il senso di quella data.
– Il compleanno di Andrea è il 15 novembre.
– E chi sarebbe? – chiese ancora Piero, sforzandosi di trovare qualche legame tra quella data e il loro passato comune.
– Il mio ragazzo. Già, tu non potevi saperlo. Stiamo insieme da qualche mese.
Rottami di un’illusione s’intravidero negli occhi di Piero, che cercò di dissimulare il gelo penetrato con quella notizia.
Sara notò subito che nell’espressione, seppur trattenuta di lui, era cambiato l’umore.
– Che hai? – chiese lei, guidata da un sospetto – Quando ieri si è nominato Giulio, hai fatto la stessa faccia di adesso.
Sara era una persona molto attenta e forse questo Piero lo aveva dimenticato. Si sentì alle strette, non immaginava di essere smascherato così facilmente da colei che non doveva sapere nulla e sospettare anche di meno. La difesa del “miglior” Piero era crollata come un castello di carte.
Il silenzio prese parola per un attimo, intromettendosi nella loro conversazione. Quei muti attimi furono tremendi. Piero non aveva minimamente previsto un tale capovolgimento di fronte. Si era messo in testa di non dover dare mai spiegazioni delle sue azioni, delle sue parole e dei suoi sentimenti, tanto meno a lei, che, sebbene fosse lì davanti a lui in carne e ossa, era pure sempre un ricordo della sua infanzia. Eppure quella domanda lo spiazzava e lo sguardo serio ma dolce di Sara lo turbava. Era bastato un semplice punto interrogativo, apparentemente innocuo, perché dei suoi obiettivi di rimanere ricordo autentico e inoffuscabile di una serata casuale, non restasse che un tentativo fallito, che si sarebbe aggiunto ai ricordi che ella già possedeva di lui. Rispondere a quella domanda, posta con la più tremenda serenità, significava cedere all’umanità dei sentimenti, alla precaria condizione degli stati d’animo, alle infamanti necessità del cuore. Come se per tutta la sera non fossero stati loro i protagonisti.
Piero non aveva perso le speranze di riuscire nel suo intento e dopo qualche momento di esitazione si convinse a rispondere.
– Ieri sera i tuoi amici parlavano di cose di cui non hanno alcuna cognizione. Ciarlavano di Giulio e te e del vostro bacio, come se fossero stati presenti lì quel giorno ad assistere. Io sostengo che loro non sappiano nulla di niente. I loro volti erano gonfi di arroganza. Volevano farsi giganti ai tuoi occhi, del resto non ti è mai mancato intorno chi avesse di queste intenzioni…
Sara non capiva il senso delle sue parole e si rivolse a Piero con un tono lievemente innervosito.
– Perché tu invece c’eri? Tu credi di sapere più di loro?
– Io c’ero. Ero presente quando hai dato il tuo primo bacio.
Le aveva urlato quelle parole sottovoce e tutte d’un fiato. Sara era rimasta a bocca aperta, in parte incredula, in parte confusa e sviata: non si aspettava una rivelazione del genere.
Piero prese fiato e continuò.
– A quei tempi passavo spesso sotto casa tua, sapevo che te e i tuoi amici più grandi vi riunivate tutti lì. Volevo avere l’occasione di vederti ogni tanto. Non avevamo più rapporti, era l’unico modo – raccontava Piero, mantenendo gli occhi bassi -. Quel giorno… il giorno del tuo primo bacio, camminavo per il quartiere senza una metà e mi ero deciso a passare per l’ennesima volta sotto il tuo balcone. Stavo per svoltare, quando ti riconobbi, seduta su quello scooter rosso. Lui era lì con te. Ti cingeva i fianchi. Per non esser visto, mi nascosi dietro l’angolo. Lì fermo, rimasi a guardare. Non capivo bene cosa stesse succedendo, ma mi era chiara la gelosia che saliva dal vedervi così vicini. Poi tu ti avvicinasti a lui…
Piero si fermò un attimo. Alzò gli occhi guardando il cielo nero ed evitando di quelli di lei, per riabbassarli immediatamente. Proseguì la sua narrazione.
– Lui ti accarezzò il volto, e dopo averti spostato i capelli che ti coprivano la bocca, ti baciò. Avevi gli occhi chiusi, sembravi abbandonata a lui.
Un brivido percorse la schiena di Sara. Tutto era andato proprio in quel modo, ciononostante non riusciva a capacitarsi di quella situazione impensabile. Non aveva mai pensato che ci potesse essere un testimone, e il terzo presente alla scena ricordasse tutti quei particolari, in maniera così minuziosa.
– Quando le vostre labbra si staccarono, io corsi via, credo piangendo. Sono sicuro di non esser più passato dalla tua strada.
Sara notò che Piero aveva tenuto stretti i pugni mentre diceva quelle ultime parole. Aveva anche capito che lui evitava il suo sguardo, facendo in modo che si perdesse chissà dove, lontano dalle emozioni terribili.
Il silenzio chiese nuovamente la parola. Sara non riusciva a pensare, quel racconto la turbava. Fino ad allora aveva pensato che certe fantasie svaniscono, sempre se di fantasiose emozioni infantili si trattasse.
In quel momento un mediterraneo con un mazzo di rose passava di là, Piero prese un fiore e lo offrì a Sara. Nel volto illuminato di un lampione arancione, a quel gesto, lei arrossì. Fece per rifiutarlo, ma non ne fu in grado.
– Non ho ricevuto spesso dei fiori nella mia vita e questo è molto carino da parte tua. Perché lo hai fatto? Non devi mica farti perdonare per quello che hai raccontato – disse Sara scorgendo Piero rimasto fuori dal cono di luce del lampione.
Piero aveva ceduto definitivamente. I suoi disperati tentativi di non dover dare mai spiegazioni si erano dissolti con il racconto dei suoi ricordi. Non restava che un solo modo per lasciare memoria di sé e di quella sera insieme: vuotare finalmente il sacco, che il tempo aveva sigillato ermeticamente e che al momento della riapertura doveva immediatamente riempirsi di parole nuove per sentimenti datati e fuori luogo.
Un nodo in gola gli aveva fatto dire a malapena «perché», quando Sara presa da un timore lo interruppe.
– Piero, io ho un’altra vita ormai, ho un ragazzo, vivo ad anni luce da qui.
Lui la fermò, le mise un dito davanti la bocca e lasciò sciogliere quel groppo, affinché quelle nuove parole non prendessero scena.
– Una rosa non significa nulla, come non significa nulla qualsiasi gesto. Una mente bambina non avrebbe mai potuto concepire tutto questo. Averti rivisto in questi giorni mi ha fatto credere che forse era giusto renderti quello che per me sei stata. Le parole e i gesti di stasera, questa bella sera insieme, il tuo sorriso delicato e i tuoi grandi occhi marroni luccicanti mi pare fossero calco fedele dei miei sentimenti di allora, che sì erano di bambino, ma estremamente sinceri. Per questo ho voluto rendere ciò che è dovuto a te, che sei stata mio primo amore e prima mia grande delusione. Della delusione non m’importa, ma dell’amore sì. – soggiunse Piero, accennando un lieve sorriso – Avrei voluto rendere questa sera magica, lasciarti un meraviglioso ricordo di me, che cancellasse l’immagine intorpidita, che sicuramente conservi. Mi sono piegato all’egoismo e alla necessità di un sentimento. Una rosa è un simbolo minimo di quello che volevo renderti. Come ben sai, ogni fiore soffre la sorte di tutte le umane cose, e appassirà perdendo i suoi petali. Spero che lo stesso destino non tocchi al ricordo meraviglioso, che ho del tuo sorriso da bambina. Voglio che tu sappia che ho cercato di mostrarti i più dolci sentimenti d’amore che tu m’ispirasti.
Sara non aveva staccato un attimo gli occhi dalla bocca di Piero, aveva letto le sue parole nelle sue labbra. Non si aspettava una confessione tout-court. Andò un po’ indietro con la mente e vide il suo timido compagno di classe, mai troppo vicino, ma sempre presente in quei giorni spensierati, sempre pronto a esaudire ogni piccola cortesia, sempre discreto nei gesti e nelle parole, e poi ricordò le feste di compleanno, dove Piero faceva in modo che restassero sempre delle patatine e delle bibite fresche per lei. E poi le venne in mente quella volta in cui lui sfidò una classe intera pur di non far ricadere su Sara la colpa di un fatterello. Ripensò a quante volte lei aveva cercato di rompere quella timidezza che lo caratterizzava, a tutte quelle volte che aveva cercato di invitarlo un pomeriggio a studiare insieme. Alla fine di tutto quel percorso a ritroso, gli apparve una testolina che si nascondeva all’altro angolo della strada; vedeva anche lei seduta sullo scooter tra le braccia di Giulio.
Si avvicinò allora ancora di più a Piero e stringendo tra le mani i lembi della sua maglietta, lo baciò.
Piero era immobile, non si aspettava quell’ulteriore capovolgimento di fronte e tanti furono lo stupore e l’incredulità, che non ebbe la forza di avvolgerla con le sue braccia.
Quando entrambi riaprirono gli occhi, quelli di Piero fissarono subito le pupille deliziosamente dilatate di Sara, come a volerle dire: «che significa tutto ciò?».
– Non so se una ragazzina a dieci anni potesse realmente pensare di baciare qualcuno, e per di più non ho ben chiaro quali fossero i miei sentimenti di allora – disse Sara, con un luccichio tremante nello sguardo -. Nonostante ciò ho ben chiaro in testa il ragazzetto che eri alle elementari e la persona che sei adesso. Questo bacio te lo dovevo, ma non prima di adesso, poiché non so cosa fosse allora e perché è il giusto epilogo a questa serata. Indietro non si torna, ma la mente è capace di viaggiare in tempi e spazi dimenticati. L’uno aveva scordato l’altro. E sebbene siano trascorsi quindici anni da quei giorni felici, sono sicura che un attimo si troverà sempre per coccolare il ricordo del nostro “primo” bacio. Mi viene da ridere a pensare che nel paradosso buffo delle carnevalate della vita, te che sei, credo, l’ultimo uomo che bacerò, che non sia il mio ragazzo, in fin dei conti non sei altro che il mio primo amore.

Lorenzo Cusimano, Casteldaccia (Italy), 2011.

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