Il sacco – Seconda parte

La sera del mercoledì arrivò presto.
Piero non aveva nemmeno fatto la barba: una birra non richiede un preventivo trattamento di bellezza.
Il luogo d’incontro, stabilito per il dopo cena, era la piazza del centro, trasformata in un pub a cielo aperto con ombrelloni, tavolini e seggiole.
Sara e i suoi amici si erano già posizionati per scaldare le sedie. Gli amici di lei erano una conoscenza lontana di Piero, gente poco frequentabile, elementi da gozzoviglia. Doveva essere un sentimento reciproco quello dell’indifferenza tra lui e loro, infatti quando Piero giunse al tavolo, pestando più di un piede a qualche cameriere, gli amici di Sara gli fecero posto a malincuore.
Il più laido tra gli amici accese una sigaretta, mentre Piero dovette rimediare al leggero ritardo ordinando per ultimo un whisky un po’ fuori stagione, vista la calura estiva di quei giorni.
Si discuteva del più e del meno e ogni tanto il più pacchiano tra gli amici di Sara, le rivolgeva una domanda assurda sulle abitudini della gente del Nord. Piero non aveva di certo, un buon parere di quei quattro barbosi ciarlatani seduti al suo stesso tavolo, e non si aspettava una conversazione sostenuta. Tuttavia sorrideva a qualche aneddoto strambo raccontato da Sara o da qualche battuta azzeccata di uno dei quattro aedi della bisboccia.
L’animo non era dei migliori, ma sicuramente di serate peggiori ne erano passate per tutti. L’unico terrore di Piero era il revival dei tempi andati, accompagnato dal valzer dei ricordi. Indubbiamente non era il migliore dei modi per impostare un’amena serata tra amici…
I suoi timori non erano infondati, e quando furono esaurite le bagattelle padane, il passo verso il limbo dei nostalgici “ti ricordi…” fu breve.
La smania e l’insofferenza di Piero verso quegli argomenti non passarono inosservati agli occhi intelligenti di Sara, e per qualche istante gli rivolse un po’ d’attenzione, mentre gli altri quattro si ubriacavano di risate, facce di smorfie e mal celate puzzette.
– Che hai? Va tutto bene? Forse non ti piace questo posto? Se ti va, andiamo a fare tutti insieme un giro, andiamo in spiaggia o in pineta.
– No, no… va tutto bene. Credo sia l’effetto congestionante del whisky – rispose Piero simulando affabilmente.
Le carrellate di inutili rimembranze non avevano intenzione di fermarsi. Nondimeno l’equilibrio mentale di Piero si ruppe irreparabilmente, quando uno dei quattro legulei, rivolse a Sara, l’unica donna seduta al tavolo, un’apparente e innocua domanda, che celava tutta la burbanza di chi l’aveva posta:
– Sara, ti ricordi di Giulio?
Per qualche istante fu il silenzio e un calo di tensione nei lampioni. Sara arrossì. Il suo viso, nonostante fosse colto da un tenero imbarazzo, era in quel momento estremamente bello.
– Non so che fine abbia fatto, ma del resto dopo quella volta non ci sono state più molte occasioni per vederci e parlare.
– Già! Dopo quella volta! Mia cara Sara, – fece uno dei quattro compari sogghignando – ognuno ha i suoi scheletrini nell’armadio. Amici ricordate lo scalpore che suscito quel fatto? Nessuno poteva aspettarselo… Sara, Sara, piccola e discola…
Piero era fin troppo turbato da quel nome e dalla rievocazione di quella vicenda, che tutti dicevano, con una certa boria, di ricordare. Quello che infastidiva Piero era anche il modo insopportabile di usare quei frammenti del passato per prendere in giro, seppure scherzosamente, la povera Sara. Fu allora che mandò a quel farabutto del suo amico Gabriele un sms con scritto: «SONO IN PIAZZA. PORTAMI VIA».
L’amico si trovava in auto nei paraggi e non tardò ad arrivare. La strategia era già collaudata. Con un colpo di clacson fece notare la sua presenza. Fermò l’auto e calando il finestrino urlò:
– Piero, corri! É successa una disgrazia, aiuto! Abbiamo bisogno di te! Corri! Presto!
A quelle parole Piero s’alzò di scatto dalla sedia e rivolgendosi a Sara disse:
– Scusami, hanno bisogno di me, devo scappare! Spero ci rivedremo prima che tu parta, altrimenti buon ritorno a casa. Scusa ancora!
Piero corse verso Gabriele, travolgendo sedie e borse, e saltò dentro l’auto, che sfreccio via dalla piazza.
– Ti ringrazio di avermi salvato per l’ennesima volta! Stavolta era dura resistere. Sono un branco di imbecilli quei quattro lì! Si sentono ganzi, ma sono solo dei poveracci. Mi stavo a rimbambire con i loro discorsi da idioti. Non ho mai capito cosa Sara vedesse in questi qui. E poi non sopporto che si ridicolizzino o strumentalizzino i ricordi altrui.
– Non ti curare di loro. Una vita piatta fa sì che ci si impossessi delle esperienze degli altri – disse Gabriele con voce affabile – chi non ha nulla da raccontare di sé, deve per necessità appropriarsi della vita dei simili, e raccontare la loro. Biasimali, ma non permettere che il sangue ti diventi acqua per ste cazzate. Oltre all’insofferenza mi pare ci sia qualcosa… t’interessa magari un po’ la tipa?
– Non mi frega nulla di Sara! – obiettò Piero, con tono adirato.
– Sara… sarà…

Lorenzo Cusimano, Casteldaccia (Italy), 2011.

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