Il sacco – Prima parte

Gli artisti lasciarono il palco e si riaccesero le luci allo Spasimo.
– Cazzo, non m’aspettavo di sicuro un concerto così travolgente! Gran bel concerto! Gran bel concerto, davvero!
– T’avevo detto, che gli Afterhours sul palco sono meglio che sul cd! – replicò lei con l’espressione di chi ha già certa esperienza in materia.
– Beh, era prima volta che assistevo a una loro performance dal vivo! Fantastici! La cosa che mi sorprende di più però, è ritrovare te, proprio te, a un concerto di una delle band che più mi piace. Mi vien da ridere se penso a questa cosa.
– Cosa c’è da ridere? Forse non ti sembro il tipo?
– No, no – rispose Piero, con un certo imbarazzo – Rido per le circostanze della vita. Tutto qui! Ma dimmi un po’, quanto ti fermi? – chiese riprendendo una certa compostezza che aveva perso con la reazione di lei.
– Sto fino a domenica, poi torno giù al Nord.
– Capisco… senti, una di queste sere, potremmo prendere una birra insieme? Vorrei tanto adesso, ma proprio non posso perché devo riportare a casa tre poppanti sedicenni, che mi sono stati affidati per questo concerto. Voglio riportarli tra le cosce delle loro mamme prima che si trasformino in erinni.
– Possiamo vederci domani, sono in giro con dei vecchi amici. Se ti va, unisciti a noi.
– Mi sembra un’ottima idea… – fece Piero con aria dubitante.
– Allora a domani sera!
Ella scomparve tra la folla che defluiva dallo Spasimo.
Tre figure informi e brufolose assistevano alla scena. Avrebbero venduto l’anima pur di restare qualche minuto in più in quel luogo altamente contaminato di rock. Piero però aveva dato la sua parola.
Saliti in macchina, uno dei tre ragazzi, Giorgione, rivolse a Piero una complessa, seppur chiara, domanda:
– Chi era la racchiona?
– Tua sorella – rispose Piero mantenendo fisso lo sguardo sulla strada e le mani ferme sul volante.
– Dai, Giorgione, non era poi così brutta! Era la tipica ragazza che si può definire un tipo. Forse qualche chilo in meno non le farebbe male, e poi non era da buttare in viso – fece uno dei due ragazzi dietro.
– Sì, il viso era carino – soggiunse il terzo, con una timida vocina.
Dopo quest’ultima frase, Piero cominciò a rielaborare tutta una serie di ricordi, che lo portavano indietro negli anni.
– Su, dicci qualcosa! È una tua ex-ragazza? Un’amica? Un’avventura? Su, dai, dicci chi è, sant’iddio! – chiese nuovamente Giorgione con un’insopportabile insistenza.
– Perché lo vuoi sapere? – replicò Piero, svincolandosi con un’altra domanda.
– Diciamo che – prendendo parola il secondo ragazzetto – non ti abbiamo mai visto così fluorescente… voglio dire luminoso in viso…
– Ma cosa dici! – esclamò Piero, voltandosi di scatto in un misto di stupore e imbarazzo.
– Oh, ma sei diventato tutto rosso! Su, racconta, chi è la tipa? – urlò Giorgione con tono trionfale.
– E non omettere i particolari a luci rosse, non siamo più in fascia protetta! – aggiunsero gli altri due in coro.
Piero era stato colto alla sprovvista dall’offensiva di quei marmocchi con le magliette da duri, eppure la mente, ormai da qualche minuto, vagava tra i meandri della dimensione metafisica dei ricordi d’infanzia e della prima adolescenza.
– La tizia, con cui mi avete visto chiacchierare poc’anzi, si chiama Sara – rispose l’autista con una lentezza solenne.
– Quindi la racchiona, che ti fa luccicare gli occhi come la carta stagnola, fa Sara di nome, buono a sapersi. Vai avanti! – invitò Giorgione.
– Te la sei fatta questa? – chiesero gli altri due sicuri di un colpo di scena porno.
– Ma quale fatta e fatta! Voi vi siete fatti delle vostre scemenze!
Piero era un po’ infastidito, ma presto tornò calmo e continuò a rispondere alle domande, che venivano lui poste.
– Sara era la bambina più bella della mia classe delle elementari, o almeno ne ero convinto. Sta di fatto, che a tutti piaceva o stava simpatica. Aveva dei lunghissimi capelli, che poi tagliò, dei grandi occhi scuri, una pelle candida e un sorriso capace di trasmettere l’allegria a tutti i compagni.
– Oh, no! Hai cominciato un’elegia! Per favore, non fare l’Apollonio Rodio, com’è tuo solito – implorò Giorgione – vogliamo soltanto sapere se è stata la tua ragazza e cosa c’hai combinato.
– Non credo si possa parlare di ragazze negli anni delle elementari. Si è bambini e si è ingenui. Gli unici sentimenti sono la simpatia e l’invidia, al massimo la gelosia. Non credo si possa parlare d’altro – sentenziò Piero con uno sguardo sempre più dolce verso l’autostrada a tratti buia e a tratti illuminata – tuttavia, ricordo che la mia era una forte simpatia, una simpatia che mi faceva voltare verso di lei ogni momento, che mi faceva desiderare il posto a sedere accanto a lei, e che mi faceva battere forte il cuore ogni qual volta ci si scambiava qualche parola o si faceva insieme un esercizio di matematica. Una simpatia che mi metteva in competizione con tutti coloro, che le rivolgevano la parola, che mi spingeva a studiare per essere più bravo di Sara, impresa impossibile, perché lei era la prima della classe.
I due seduti nei sedili posteriori quasi dormivano, poiché annoiati dal racconto senza sviluppi osé. Giorgione invece, sembrava mostrare un certo interesse e a Piero ribatté:
– Eri tu, quindi, un persecutore maniaco, che le sedeva sempre accanto e picchiava tutti coloro, che si avvicinassero a lei!
– Macché – rispose Piero – ero così timido, che ogni volta che avevo la possibilità di sedere nel suo stesso banco, cedevo il posto a un altro. Le parlavo poco, sebbene fossi uno dei compagni con cui lei avesse stretto amicizia. Non avevo il coraggio di nulla, anche delle cose più stupide… che adesso a ripensarci sembrano tali, ma a quell’età non lo sono. A quell’età e in quella situazione si è persino timorosi a chiedere un temperamatite. Non so se fosse la paura di quello che potessero dire gli altri compagni o di quello che potesse pensare lei. Sta di fatto, che tutto doveva restare un segreto e guai a rivelarlo!
– Ohi, ragazzi, sveglia! Qui ci sta la vera storia di Piero! Anche lui è stato un impedito! Io lo sapevo che il suo passato ci nascondeva qualcosa! – strillava Giorgione ai suoi amici.
Intanto Piero, quasi fosse in trance, continuava a parlare non curandosi delle parole del giovinastro.
– Eppure anch’io facevo in modo che lei capisse qualcosa: gesti impercettibili, microscopici regali anonimi, insignificanti e poco gentili doni manifesti, infantili prove di coraggio, come mangiare la carta o la gomma. Tutto però doveva rimanere comunque entro un limite; bisognava sempre e in ogni caso negare, anche sotto tortura, e mai piangere, nemmeno di fronte al dolore.
– È andato! È andato! Ricorderà la strada di casa? – chiese uno dei due sedicenni, ridestatosi alle urla di Giorgione.
– Ssst! Voglio sentire come va a finire… – fece il terzo apparentemente sopito.
– Facevo il rude, rifiutando di partecipare a quello stupido gioco delle dame e dei cavalieri. Credo servisse solo a nascondere la paura che qualche vera racchiona mi chiedesse di fare coppia e il terrore di essere respinto da Sara. Nonostante ciò avrei pagato tutto il denaro del borsellino della mia mamma, per avere un ruolo, anche misero, in quella pantomima, che le mie compagne, compresa Sara, facevano delle avventure di Sailor Moon a ricreazione.
– Ah, ah! E te, quale Sailor Moon avresti impersonato? Sai che ti ci vedo con un completino da marinaretta?
– Nessuna Sailor Moon! – replicò Piero, con un’espressione eccessivamente seria per il tenore della conversazione – Non c’era posto per i maschi nelle avventure del cartone. Al massimo ci stava Marzio, ma dovevi esser bellino per avere quella parte.
– Oh, Cristo! Non ci sta più con la brocca! – disse Giorgione, portando le mani al volto – Ora però, raccontaci cosa è successo alle medie.
– Sì, dai – fecero gli altri due – qualcosa di sconcio sarà successo alle medie, no?
La macchina andava, ma non troppo veloce, l’autostrada non aveva fretta e Piero era là pronto a vuotare il sacco, che già da qualche tempo aveva chiuso, forse ermeticamente, per il pavido sentimento di ridestare un leggero dolore.
– Alle medie successe ancora meno. Più che altro, le cose andarono peggio. Alle medie i bimbi delle elementari diventano sciocchi ragazzetti. Poi ci stanno i tipi più grandi, e se per caso dei compagni delle elementari non si ritrovano nella classe delle medie insieme, nasce tra loro l’abisso. E così avvenne tra me e Sara. Fummo divisi: lei fu posta con tanti onori nella sezione G ed io fui destinato alla F. Sembrava una cernita tra pecore e capre… i buoni nella G, gli sfigati nella F.
I tre passeggeri, che il narratore traghettava a casa, non conoscevano i particolari di quelle storie, eppure gradivano la possibilità di far tesoro di qualche segreto da utilizzare pro-sputtanamento.
Piero riprese la sua apologia di un’infanzia che si macerava tra stimoli di adolescenza e bambinerie celate.
– Dopo qualche stentato e nascosto saluto, finimmo per non degnarci nemmeno di uno sguardo, quasi fossimo dei perfetti sconosciuti. Il bello era che avevamo le classi accanto!
– Beh, capita… magari hai fatto qualcosa che l’ha offesa e per questo ti ha tolto il saluto. Fosse vero, tornando indietro con i ricordi troveresti il motivo che ha scatenato tutto.
Giorgione sembrava essere entrato nei panni di uno psicanalista sbarbato, mentre Piero assumeva mentalmente la posa distesa tipica di una seduta.
– No, Giorgione! É così alle medie, non come dici te. Si diventa cattivi, sciocchi e privi di sensibilità. Potrei dire, che si diventa degli autentici stronzi.
– Ma quando arriviamo? Io ho paura di questo qua. Giorgiò, lo hai fatto deprimere! Ora moriremo tutti! – urlò disperato uno dei ragazzi dietro.
– Suvvia, sta’ zitto! Su, Piero, continua il tuo racconto – disse il passeggero accanto all’autista, riprendendo un tono pacato – Dimmi un po’, ma non hai mai chiarito la situazione con lei di persona? Cioè, hai scoperto perché non vi salutavate più?
Giorgione, ci voleva poco che cominciasse a prendere appunti e mettere in ordine le tessere del puzzle.
– Non ci fu mai la possibilità. Non ci parlavamo. Per di più tra le nostre due sezioni era sorta un’assurda rivalità, su cosa non so, ma sta di fatto che la mia classe era in guerra e ne usciva umiliata e derisa – aggiunse Piero. Ti dirò di più, ad una festa di compleanno, in cui eravamo entrambi invitati, collezionai tante di quelle pessime figure, che, anche se fossimo stati in ottimi rapporti, non avrei avuto mai più il coraggio di guardarla in faccia.
– Interessante… – soggiunse Giorgione con aria investigativa.
Nel frattempo uno dei due esseri sul sedile posteriore era sceso dall’auto per raggiungere la paterna abitazione. Sul momento di salutare si rivolse all’amico seduto accanto all’autista:
– Giorgione, non ti fare influenzare, ormai è andato!
– Ciao, bestia da soma! – rispose Giorgione.
Quest’ultimo si rivolse nuovamente a Piero e chiese:
– E alle superiori? In qualche modo sarà mutata sta faccenda, o no?
– Delle superiori non so nulla. So soltanto, che dovette trasferirsi altrove. Finì tutto così…
– C’è una cosa che non mi quadra? Come avete fatto ad incontrarvi in un concerto qui, a riconoscervi in tutto quel casino di gente e a parlarvi dopo tanti anni? – domandò Giorgione un po’ confuso.
– Qualche settimana fa – spiegò Piero – quella mia cugina, che vi fa sbavare, mi ha dato il suo contatto chatt. L’ho inserita in lista… e non ti nego l’imbarazzo nel ritrovare una persona dopo così tanto tempo, e rivolgerle parola dopo quindici anni d’indifferenza. Tra qualche battuta e qualche discorso meteorologico sull’estate pazza, siamo riusciti a trovare un punto comune in questo concerto, al quale, fatalità volle, entrambi volessimo andare. Lei è qui in visita a parenti. Torna al Nord domenica.
Un semaforo costringeva l’auto ad una sosta di riflessione. Piero guardava la luce rossa con mistica attesa e Giorgione si grattava il capo in cerca di un’idea per risolvere quello strano caso che aveva udito dall’amico che lo riaccompagnava a casa.
Vicino a un cassonetto per la raccolta dei rifiuti, l’ultimo passeggero rimasto dietro, scese a pochi metri dal portone di casa.
– Attento a non sbagliare entrata, deposito di materiale organico non riciclabile!
– Buonanotte Giorgione, sei proprio un coglione! Stammi bene!
L’auto ripartì per giungere alla penultima fermata prima del grande riposo post-concerto.
– Senti, Piero, l’unico modo di trovare un rimedio a tutta sta complicata e intricata faccenda, è chiederle di uscire insieme per una birra. Un’occasione per parlare e vuotare il sacco una volta per tutte. Quindici anni mi sembrano già abbastanza. Che ne pensi?
Piero parve svegliarsi da un abbiocco catatonico e subito riprese il controllo di se stesso e delle sue parole.
– Ehi, premio nobel dell’investigazione, non ci volevi mica te a dirmi di invitarla una sera a prendere qualcosa da bere! Già è tutto stabilito, domani una birra tra amici. E poi mi sa, che ti sei fatto strane idee in testa: io non devo rimediare a nessuna situazione lasciata in sospeso e tanto meno devo vuotare il sacco, confessare sentimenti, o dichiarare amore a qualcuno. Le fantasie d’infanzia – continuò Piero, con una voce sempre più aspra – non hanno un’importanza tale da meritare tutta questa attenzione. La Sara, mia compagna delle elementari è tutta un’altra persona di quella incontrata al concerto. Siamo due altre persone rispetto ai protagonisti delle vicende narrate. Puoi ben capire, che non c’è tempo per la nostalgia o per gli amori primaverili, che non sbocciarono e mai fioriranno. C’è tutta un’altra vita di fronte, e non si può stare dietro ai ricordi di scuola.
L’espressione di Piero era talmente seria e convincente, che nessuno avrebbe dubitato della verità delle sue parole, tuttavia Giorgione traeva la conclusione, che l’amico non era disposto a fare un salto nel pantano del passato per paura di ripescare qualcosa andato smarrito nella vaghezza degli anni trascorsi.
– Sei così grave in viso, che fatico a credere, a quello che ho visto e sentito coi miei occhi poc’anzi. Di solito poi, anche nelle questioni importanti, in cui ci sta poco da ridere, non perdi mai la tua tranquillità e il tuo buon umore. Adesso invece sei pensieroso e turbato… sarà la stanchezza. Mo’ fermati, che sono arrivato! – urlò all’improvviso Giorgione – Grazie per il passaggio e non pensare troppo alla racchiona. Buonanotte!
– Vai a dormire, va’!
Piero restò solo in macchina e prese la via di casa.

Lorenzo Cusimano, Casteldaccia (Italy), 2011.

Vai alla seconda parte

Vai alla terza parte

Torna a Il sacco

Torna a Indice generale

Torna alla Home

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...