Miscela

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Di questa miscela di suoni
e di gente nulla mi faccio,
se tu non mi rispondi in queste
sere ordinarie e senza senso
e futuro. Di queste sere
d’estate non ho nell’attesa
giovamento se non ho cenni
ma indifferenza e tuo silenzio.
Mi ero adagiato sulle sponde
del fiume attendendo seduto
solo la giovane consegna
e la mia partenza, ma adesso
io non so più cosa farmene
di queste valigie già pronte
e d’un biglietto ‘solandata’
per dimenticarti. E tu, forse,
lo stai già facendo e io forza
non ho per muovere e parlare,
partendo dalla verità.
In questa sera una miscela
di lettere note e parole
libere mi suonano in testa
e non sono brillo, ma non voglio
essere l’ennesima spina
nel costato o un altro fastidio.
Di quest’inazione rimane
ancora meno, ma non posso
muovermi, o forse è solamente
un mentale stato, che più
non si smuove e più non ha chiave
e leva per sussollevare
il mondo intorno per renderlo
pulito e adatto solo a noi
o soltanto portatrice
di un’idea più sana e più vera
della mia. Oggi tutto mi sembra
superfluo, però basterebbe
il vivo tuo cenno a ridare
un ordine al mondo, Dora,
alle zanzare e a questi ultimi
giorni sotto le rosse torri.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Parentesi eporediese

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Non la forza dell’amore
mi protegge. Solo in una notte
tra i miei peccati e l’attesa.
Lasciami stare avevamo cantato.
Questa è l’ultima festa
e io sono solo a chiamar muse
che son distratte dai giorni,
a pregare le dee che da tempo
avevo sepolto nei miei cassetti.
Precipitare all’inferno dopo esser
stato nel paradiso di un mondo
grande e incomprensibile,
sapendo di essere verme, ingranaggio,
servo. Sotto i castelli
soggiornano le grandi forme
dei governi, cui non sono
ambasciatore di niente,
poi che non ho nulla da offrire.
Posso solo guardarla da lontano
la vostra vita e la vostra ricchezza,
da povero che sospira
e forse invidia e nutre rabbia
a forza di whisky in offerta.
Ancora una speranza, ma la notte
sta per svanire e allora non sarà
più tempo per attendere un tuo gesto.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Sento l’attrito

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Tra suggestione e libera interpretazione su un brano di Giorgio Canali

Sento l’attrito, l’aria che s’infiamma.
Sta per giungere il mio ritorno,
sta per giungere la caduta.

Sento la pressione che abbandona
il cranio e mi dona una quiete
che non si cura dello schianto

che giungerà proprio negli ultimi
attimi che mi separano dalla terra
in cui sono nato.

Sento il dolore che si allarga
alle articolazioni, fluisce in ogni dove
per trovare ogni parte di illusione

che ancora resta dopo i postumi
di una sbornia giovanile,
imprevista e distruttrice.

Sento come inesorabile
l’incontro con il suolo e la realtà
e neppure gli alberi e il fiume

attutiranno la caduta,
perché quando voli alto
e cerchi di toccar le stelle,

allora sarà rovinosa e dolorosa.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Mi ritrovo nelle notte di Ivrea

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Mi ritrovo nelle notti di Ivrea
a ragionar tanto su rompicapo
che hanno limpida e chiara
la risposta, alla quale
non ha accesso la mente
mia, inetta alla realtà.
Essa trova rifugio e protezione
rifuggendo dai fatti e sospirando
canzonette all’orecchio della notte.
Niente, e niente ancora, mi dà condanna,
ma tutto lo è come di queste sere
il silenzio e gli errori di ste notti
senza guida. Le muse si divertono,
mi bendando e mi rendono sì cieco,
vulnerabile alla piazza e alla vita.
A scriver delle ansie, dei turbamenti,
dei dilemmi, dei dubbi,
delle vane speranze,
con versi senza schema, mi ritrovo
come se dalla mia penna dovesse
sorgere e scorrere la soluzione
alla strana estate, che si profila
come un giro rapido in lavatrice.
Le notti contano i lunghi secondi
e i brevi minuti che tengon fermo
l’obiettivo delle ore
che attendono l’alborella.
Ed io conto i secondi
e tutti i minuti che mi separano
dalle sue dure fredde
parole e dalle irritazioni sue,
che la rendono bella.
E i rompicapo restano
pur con tutta la loro soluzione:
vi giungerà la realtà quando il tempo
sarà concluso e sarà già il momento
di fare le valigie
e tornare al luogo in cui sono nato,
in cui si spengon tutte le speranze,
e in cui si affievoliranno
i suoi sorrisi nella mia memoria.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Non pensare che basti

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Non pensare che basti
lavarsi le mani con del sapone
per avere di nuovo mani pure;
e non pensar neppure
che ogni azione possa trovare
una benigna giustificazione
o una misericordiosa penitenza.
Ogni volta che varchi quella porta
il fatto è già compiuto
e sei solo in coda tra miserabili
e meschini, nonostante qualche
titolo di studio in più.
Potremo mentire tutti e professarci
amici e soddisfatti, ma sapremo
sempre di questa vita insignificante
e miserabile che trascorre,
nonostante i sogni, le ideologie
e i bei discorsi. E poi bisogna
asciugarle le mani.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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In quelle serate in cui stavi fuori

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In quelle serate in cui stavi fuori
attendevo tanto un solo messaggio
che io sollecitavo con l’incoscienza
di chi ha perduto quasi tutto e ancora
per poco conserva la dignità
di una professione che non rimane,
nemmeno ascoltando per una notte
intera November rain a volume…
E nelle acque d’un laghetto la gioia
si concreta da me così lontano,
perché non sia inutile e vano il bello
di una sera tra amici sconosciuti.
E non deve esistere una ragione
e non è sì necessario un pretesto
ché sia diverso da com’è, altrimenti
non sarebbe la realtà e di scegliere
e dichiarar la possibilità
un amore, che adesso non mi spetta
e che non tiene la benedizione
del mondo intorno e la lucidità.
Dopo ci sarà il giorno in cui dovrò
confessare tutti i miei scriteriati
sentimenti a te, pura e distaccata,
affascinata da sto brutto mondo
straniero e complicato, che l’incuria
degli anni ha reso arido e sì sterile,
come il mio cuore che produce solo
inerti sentimenti di spine e ammoniaca.
Dovrò poi chiedere un’assoluzione
o piuttosto una pena che mi doni
pace in attesa della dannazione
e dell’oblio nero. Dovrò chiedere
una spalla sulla quale piangere
la morte senza la resurrezione
dell’amore e della primavera,
in cui fiori e campanule sbocciano
e appassiscono nell’assurdità.
E poi dovrò rifare le valigie
e tornare alle galere dolenti
che non donano mai chiare risposte
e più senso al futuro. Ed è illusorio
far discorsi così tanto ingombranti
e seriosi da apparire grotteschi
e fuori luogo, sol per il capriccio
e il desiderio di un messaggio dolce.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Il silenzio di una scuola

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Il silenzio di una scuola
vuota infrange il rumore
assordante del ricordo,
come un torrente in piena
che conduce le sue acque
tra le rocce del ritorno,
tra le rapide della coscienza.

Non vi sono odori, non vi sono
risa, non vi sono incontri,
ma soltanto attese vane
e crocifissi inchiodati
per allontanare il tempo
che linfa succhia e le dita
allontana nella trasparenza
dell’asfissiante burocrazia.

Mancano pure i colori
che tutto ornano e segnano
nei muri, nelle porte
e nei bagni; s’intravedon
soltanto pareti sporche
e abbandonate all’incuria
dell’estate che continua
per chi ha trovato un pezzo di carta.

Pure i cestini son vuoti
e niente nascondono
e custodiscono, ma si gonfiano
d’aria come molti dei discorsi.
S’accorciano i giorni ancora
prima del solstizio e svaniscono
le ore che mi legano a te
che tra questi banchi vuoti
non c’eri e non ci sei. E non ritrovo
le tue impronte, i tuoi gesti
e i tuoi segni; attendo invano
che tu venga a sederti
in quest’aula muta e grigia
che nulla ha da insegnarti.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Ode a Collarina

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Non tener legati i cani, ché gli ospiti,
pur se lucidi, dovran de’ tuoi amici
gioire. Slega la tua Collarina

docile e non sgridarla col polemico
tuo piglio. In una serata di festa
ben accetto apparirà il giovamento

di vite fedeli, pure e sincere,
prima ancora di birra e di tabacco,
di musica e de’ tuoi capelli sciolti.

Non rinchiuder Collarina, dal muso
carino e dai grandi occhi fiduciosi,
finché possa mostrar la sua innocenza

e donare delizia ai commensali
in una calda serata di giugno.
Apri la grata, secondina! e libera

il cane, migliore amico degli uomini:
questi già mordono, a volte, esso mai.
Libera Collarina e la mia penna

a te sarà debitrice per sempre
o fino a che durerà la speranza
e l’amore che tosto ci ha concesso

chi, con tenere zampe e dolce naso,
ha chiesto in silenzio e senza rossore
una mano e una carezza ancora.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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La mia donna di picche

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La donna di picche
sta a significare
una segreta ostilità.
A. S. Puškin,
La donna di picche, 1834.

Sarai tu la mia donna
di picche, che il mio cuore
trafiggerà con spade
allorché quest’incognita
sarà nota e l’estate
subentrata alla scuola.

Sarai, donna di picche,
a celare ostilità e meraviglia,
che controlla emozioni ed energie
inarrestabili più della forza
delle catastrofi e degli elementi.

Tu, donna di picche e non del mio cuore,
che tanto vorrebbe serenità
e controllo in una sera di luglio,
ma che fatica e sofferenza avrà
perché più non vorrà dimenticarti.

E se girerò ancora un’altra carta
troverò sempre te che volgi al mondo
il tuo sguardo curioso, non curandoti
di chi l’amor disprezza
e non sa riconoscere.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Ho un’esigenza che finora non sono mai riuscito a soddisfare di M. Shelley

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Ma ho un’esigenza che finora non sono mai riuscito a soddisfare; e ora l’assenza dell’oggetto di questo desiderio mi appare come il più tremendo dei mali. Non ho un amico, Margaret; quando sarò infiammato dall’entusiasmo del successo, non ci sarà nessuno a partecipare della mia gioia; se sarò assalito dalla delusione, nessuno si sforzerà di sostenermi nell’avvilimento. Affiderò i miei pensieri alla carta, è vero; ma quello è un ben misero mezzo per la comunicazione dei sentimenti. Io desidero la compagnia di un uomo capace di un’intesa profonda con me, i cui occhi rispondano ai miei. Potrai giudicarmi romantico, mia cara sorella, ma io ti patisco intensamente la mancanza di un amico. Non ho nessuno accanto a me, gentile ma coraggioso, con una mente coltivata e insieme aperta, e di gusti affini ai miei, che approvi o corregga i miei progetti. Come saprebbe un simile amico rimediare alle mancanze del tuo povero fratello! Io sono troppo impulsivo nell’esecuzione e troppo insofferente nelle difficoltà.

 

Mary Shelley, Frankensein, introduzione di Nadia Fusini, traduzione di Margherita Bignardi, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso SpA, 2004, pp. 11-12.

 

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