Una raccolta di poesie…

Una raccolta di poesie… eppure ho il timore, che di poesia ne troverete ben poca. Tutti abbiamo oggi la pretesa di esser poeti. Tuttavia, chi è veramente poeta? Evidentemente non è il numero dei componimenti a certificarlo. Poeta è colui che crea, anche solo un verso. Crea dall’aorgico della sua esistenza, attraverso una tensione “demoniaca” e nello stesso tempo “scientifica”.
Così vorrebbero, forse, Platone, Aristotele e Schelling.
Tutti siamo capaci oggi di non completare il rigo del foglio e di tornare a capo a nostro capriccio. Vizio ben diffuso, quello di non portare a termine le cose, e intravediamo in ciò una sensibilità poetica, tale da autoconvincerci, autodefinirci e autoproclamarci poeti, creatori. Eppure, qualcosa deve spingerci a farlo, anche nel peggiore dei risultati, nel più banale dei tentativi. Perché?
Prima dovremmo trovare quel “qualcosa” che ci spinge a farlo e poi cercare di spiegare il perché.

La mia esperienza è banale, forse più di tutte le altre. Ho cominciato a scrivere nel 1998. Avevo tredici anni. Iniziai a scrivere per curiosità. Una supplente, in un’ora di buco, ci esortò a non perdere tempo a ricopiare sui nostri diari le fesserie che circolavano sui cantanti maledetti e altro, ma a inventare noi stessi, se proprio ci tenevamo a quei diari.
In quello stesso periodo leggevo un libro, sottratto dal comodino di mio padre, che raccoglieva esperienze di viaggio, fatte da medici (il libro si intitolava, appunto, Medici in viaggio). Tra queste “esperienze” vi erano anche delle “poesie” scritte da medici.
Fino ad allora, credevo che poesie le scrivessero i poeti, o al massimo gli scrittori, e non i medici, la “gente comune”. Mi convinsi che potevo provarci anche io. Provare a scrivere una poesia. Non sapevo nulla di poesia. Non ci facevano neppure imparare le poesie a memoria a scuola. Avevo una banalissima idea di rima. Nessuna nozione di metrica. Solo la voglia e la curiosità di provare, e qualche cosa da dire timidamente. Nulla più. Una timidezza e un disagio, che mi facevano scrivere e nel contempo nascondere quelle che scrivevo.
Sopraggiunsero presto la rabbia, gli amori e i dolori dell’adolescenza. Quella inaspettata conquista della “poesia” fu un’ancora, una salvezza, una compagna fino ad ora.

Ho usato senza riguardo la parola “poesia” finora, pur sapendo che, con molta probabilità, la mia è semplicemente una versione estroversa e originale di un diario non troppo chiaro, non troppo onesto con se stesso, forse melodrammatico ed elegiaco nel tono. Di tutto ho scritto e il più delle volte ho scritto male, non essendo bravo in versi e in prosa. Un diario, un disordine emotivo, una narrazione, dei versi che si sono fatti carico di sciogliere nodi complessi dell’anima, liberando in primis le frustrazioni e la rabbia e con esse energie terribili, generando uno scadente collegamento metafisico, così forte da rimanere come substrato ad ogni composizione fino ad oggi.
Una trascendenza non solo in negativo, ma anche in positivo nelle composizioni amorose, tuttavia fragili e instabili tanto da potersi trasformare in tragedie.
Solo lo spazio per i ricordi è stabile e solido, che via via prende posto in questi versi. Disattesa e senza conforto è la rivoluzione, quasi arresa nella sorte dell’umanità. Anche i versi possono aiutare il popolo e i lavoratori. Di questo può illudersi un poeta.
Ricorrenti più che mai questi aspetti, negli anni differiscono soltanto le proporzioni e le metriche. Questo è quello che cercate, se intendete una poetica. Ma per avere una poetica bisogna avere della poesia.
E la poesia si fa anche dei poeti del passato, dei maestri, dei maledetti, dei soli et pensosi. Nulla riconoscerete, e tutto vi sembrerà già usato, e usato molto meglio. Pascoli, Leopardi, Dante, Petrarca, Baudelaire, Enzensberger, Kavafis, Wordsworth, Coleridge, Marino, Parini, Montale, Ungaretti, Mameli, Rilke, D’Annunzio, Prévert, Lo Bue, Boezio: letture più che altro, spunti facili per uno come me.
Ho sempre tenuto in un cassetto tutte le mie composizioni, sia per un certo imbarazzo, sia per la costatazione che un editore è interessato a pubblicare poesie solo dietro il pagamento (così mi fu chiesto da una casa editrice siciliana). Non dico che tutti gli editori siano uguali, ma con il senno di poi, ritengo che quelle poesie, che qui troverete, non meritassero per vari motivi la pubblicazione sia gratuitamente sia dietro corresponsione.
Stampare dei libri è un servizio nobile, per questo motivo ho deciso che queste mie poesie saranno qui riportate, senza spreco di carta, senza che si creino false ipocrisie. E visto che in ogni caso, se si scrive è necessario avere dei lettori, ho deciso di darne libero accesso su questa pagina web, alla portata di chiunque e nello stesso tempo nascosta e anonima.
Anche per questo ho deciso, già da molto tempo in verità, di usare uno pseudonimo. Esso è Lorenzo Cusimano. Il nome Lorenzo, oltre a rifarsi al personaggio del romanzo epistolare del Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, Lorenzo Alderani, mi è caro per uno strano e piacevole equivoco, che mi fece conoscere ai più con questo nome nei primi anni di scuola superiore, anni in cui infuriava il mio tormento poetico, che trovava esito negli struggentissimi, disperati e romantici versi di “morte” per indifferenti ed algide donne amate.
Il cognome Cusimano è un ricordo, che si cerca di mantenere vivo, di un nonno materno, andato via troppo presto, dopo aver vissuto un’esistenza da operaio e senza godere di un po’ di pensione.
Uno pseudonimo separa quella che chiamo poesia, da una vita reale banale, complicata e macchiata dalla fragilità meschina dell’esistenza umana.
Eppure, nonostante questa separazione, i contatti con una vita vera e vissuta, e in particolar modo con la mia sono tanti, troppi. Per questo motivo, molti nomi sono autentici e non finzioni. Per questo motivo i ricordi non sono quelli di Lorenzo Cusimano, che si fa semplice narratore. Mediocre o puntuale lo lascio stabilire a voi.

Lorenzo Cusimano

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