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La musica pingeva tratti
di luminose vesti rosa,
che s’animavano nel ritmo
di corde gravi, mentre al centro
la sposa mostrava la sua
festa di pizzi, di merletti
e di chignon. E s’accaldavano
li convitati nelle pose
e nel richiamo, ma eran pochi
a non vedere ch’era stella
splendente tra tavoli e piatti,
più della moglie e della madre,
più della sposa. E se ne accorse
anche lo sposo, che copriva
l’intenso stupore e il sudore
col panciotto, a lei avvicinandosi
attratto, ferro da magnete,
dimenticando la promessa,
i bei bonifici e l’anello.
Se ne discostò il baricentro
e svanì ratta l’illusione
qualunque d’un giorno perfetto.
E non era da biasimare
il giovin sposo per l’umana
tendenza a godere del bello,
a respirare del sensuale.
E trasudava sì quel ballo
stretto di forza prorompente
dell’erotica giovinezza,
che s’avvolgeva, s’insinuava
e s’avvicinava tra i corpi.
Sì vicini che fu distante
tutt’il resto. E pur me ne accorsi,
io che ammiravo tanta grazia
nell’impotenza d’un amore
proibito. A notar fui distanza
colta nell’affinità loro.
E mentre il senso scompariva
di un giorno, si rendeva chiaro
quanta voluttà e che splendore
fossero dono alla sorella
della sposa, sì tanto, che
se ne accorse pure lo sposo.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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