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Egli si svegliò con l’irrefrenabile necessità di raccontarle il sogno che aveva appena fatto. Era stata una notte tormentata, infuocata per le mille coperte, per l’antipiretico, per i pensieri. Non aveva chiuso occhio, poi, sopraffatto dalla stanchezza, era riuscito a prendere sonno, seppure in una forma leggera e incompleta.

Nelle prime ore del mattino, tuttavia, era giunto quel sogno strano, triste e angoscioso. Era lui, fermo a quell’età, i suoi trent’anni mal portati, non tanto nel fisico, quanto nello spirito e nella simpatia. Nel sogno gli era anche lei, di fronte a lui, seduta su di una poltrona. Non sarebbe stato così strano, se non fosse stato per il fatto che ella era invecchiata e tanto: era la lei dei suoi ottant’anni e qualcosa in più. La sua fronte era piena di rughe, i suoi capelli ingrigiti e i suoi occhi schiariti apparivano spenti. Stava seduta con una coperta sulle gambe e indossava una maglia di lana grigio-celeste con cinque bottoncini, sopra una camicia grigia con un grande colletto. Portava gli occhiali, gli stessi occhiali che aveva da ragazza. Nel sogno tutto sembrava dismesso. Ella stava seduta, triste e silenziosa; teneva le mani unite in grembo. Egli le stava in piedi dinnanzi, incredulo e incapace di spiegarsi del perché fosse così tanto più giovane, che, invece, sembrava giunta al termine di un’esistenza dolorosa e trafficata. Ella lo guardava con compassione, con gli occhi lucidi di una miseria. Aveva nell’espressione una profonda amarezza. Egli le stava lì di fronte in silenzio. Entrambi stavano in silenzio. Non capiva perché ella fosse così triste. Essi si amavano, avevano trascorso insieme anni di amore, di gioia; avevano affrontato i paradossi del loro tempo e superato ogni crisi, ogni dubbio, ogni turbolenza. In quel sogno gli era uno scarto di cinquant’anni tra loro, due vite separate, destinate ad allontanarsi e dividersi in dimensioni differenti e distanti. In quel sogno ella moriva; si spegneva, volgendo all’amato un ultimo sguardo languido e malinconico. I suoi occhi erano bagnati dalle lacrime, le sue guance secche e vuote erano solcate da rivoli.

Egli si era svegliato agitatissimo, quasi arrabbiato, per un istante sofferente e disperato, fino a quando non si era reso conto di essere stato solo un sogno. Si era svegliato con l’inspiegabile brama di raccontarlo a lei. Si vestì e la chiamo per incontrarla il prima possibile. Doveva, doveva raccontarle quel sogno.

A volte i sogni sono bizzarri, a volte premonitori, a volte timorosi, a volte estensioni delle preoccupazioni e dei disagi. Egli non capiva quale fosse il significato celato di quel sogno, ma temeva che fosse un presagio di mala sorte, un abbandono precoce, una malattia. Non sopportava l’idea di poterla perdere, di vederla spegnersi davanti ai suoi occhi. Era convinto che raccontare subito avrebbe esorcizzato quel triste episodio e per questo aveva fretta di riportarle quel sogno. Corse da lei. Aveva il cuore in gola. Di lui si era impadronita un’ansia terrificante. Aveva il timore di non trovarla. Aveva il terrore che l’esperienza di quella notte significasse qualcosa o s’avverasse.

Giunse trafelato. Le raccontò ogni cosa. Forse distorse qualche dettaglio e ne dimenticò qualcuno, ma il sogno rimaneva pur sempre quello della notte. La paura era quella che aveva avvertito durante la notte. Non riusciva a darsi una spiegazione, nonostante le rassicurazioni di lei. Passarono i giorni e quell’ansia sparì. La paura svanì e quel sogno non fu più nemmeno un ricordo. Tuttavia, i sogni rivelano verità, sottolineano differenze, celano turbamenti, raccontano e rilevano misteri.

Qualche mese dopo egli morì colpito da un male fulmineo e implacabile, forse scorretto ma di certo invincibile. Ella rimase sola nel suo dolore, distrutta dalla perdita di un amore giovane, di un amore vero. Allora le ritornò alla mente quel sogno e quella sua assurda ironia: egli aveva sognato lei morire, ma era occorso il contrario poiché era andato via lui. Quel sogno era un arcano e l’idea che vi fosse un senso nelle immagini di quella notte si insinuò nella mente di lei e mai più la lasciò. Solo dopo ella comprese la verità di quel sogno e il messaggio che serbava. Lo capì nella vecchiaia inoltrata.

Aveva ottantacinque anni, o giù di lì, e sentiva ormai le forze abbandonarla; comprese quindi quelle immagini che cinquant’anni prima lui le aveva raccontato. Stava seduta con una coperta sulle gambe e indossava una maglia di lana grigio-celeste con cinque bottoncini, sopra una camicia grigia con un grande colletto. La sua fronte era piena di rughe, i suoi capelli ingrigiti e i suoi occhi schiariti apparivano spenti. Non portava più quegli occhiali che aveva avuto a trent’anni. Allora comprese, proprio in quel momento, mentre stava in silenzio con le mani unite in grembo. Si rattristì e vide lui com’era quando se n’era andato. Vide che la guardava, lui giovane e immutato e lei lì, anziana, giunta al suo momento. Comprese che moriva sotto gli occhi di lui, com’era stato in sogno. Capì che moriva nell’ultimo ricordo per come lui la aveva amata, per come lei lo aveva amato. Moriva davanti al ricordo di un sogno.

 

Lorenzo Cusimano, Torino (Italy), 2019.

 

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