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Di quell’alta Rocca serbo un dolore
che in ogni sera sempre si rinnova
più della schiavitù e delle violenze.

Me, umile serva, che donai il mio seno
al figlio del figlio amato, dell’uomo
coraggioso, del prode difensore

dal vigoroso cimiero che temon
gli Achei più dell’ira di Poseidone.
E ‘l bimbo ch’egli chiamava Scamandrio

sul cui capo incombeva l’ingiuriosa
morte, il latte de’ miei figli succhiava
con la calma d’una sconfitta attesa,

d’una caduta quanto d’una gloria
patria tra poëti e gagliardi versi.
O quale dolor sentire il mio latte

scorrere in giorni coperti di sangue
e di distruzione. Le nostre porte
furono spalancate dall’Acheo

furente, che nessuno risparmiò
e ch’ogni donna violentò nel nome
d’una guerra santa e purificante.

Poi fu sorte delle gravide ventri
e delle placide e comode case.
Che gli dei abbian pietà di noi mortali.

 

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

 

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