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Sera d’una domenica a dicembre
non c’è di che fidarsi:
non per il clima, non il portafoglio
o per il pareggio della Juventus.
Fatale è chiudere gli occhi
serenamente nel talamo vivo
che in una vita ha dato
riposo alle membra stanche e spossate
di un lavoro operaio.

L’incredulità è un mostro da abbattere,
ché di una sera di una domenica
a dicembre non c’era da temere.
Si era forse stati sciocchi ed incauti?
O forse stati si era
troppo sicuri di un’eternitate,
che l’umana vita non garantiva?
Certo è che le primiere e le briscole
rimasero sul desco
in quella domenica
di dicembre in attesa
d’un lunedì tranquillo.

Lunedì che mai avvenne,
ché proprio d’una sera
di dicembre non c’è di che fidarsi,
giacché nemmeno i medici possono
nulla con le fatal coincidenze
e la sicurezza che a noi non possa
e ai cari mai avvenire
se non in sogno, un brutto
sogno, che la mattina
del lunedì disperderà piuttosto
presto alle prime lucciole dell’alba.

Eppur la domenica di dicembre
fermarsi volle nella tarda sera,
dopo la rai della prima serata
e del posticipo serale, quando
ognuno rifugiato sta, protetto
e accoccolato tra calde lenzuola
e morbide coperte.
Lì, nella debolezza dell’alcova
e del riparo nel cuscino bianco
una sera tranquilla
d’un quindici dicembre
compì il passo maldestro
ed infingardo e basso,
lasciando un buco nel cuore e infinita
una partitella di briscola in due
rimandata al dì dopo.

 

Lorenzo Cusimano, Finzioni, Casteldaccia (Italy), 2011.

 

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