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S’allontana sì lento
un vecchio minaccioso
mormorando un momento.

Sol rimango superato il cancello,
lontano, sotto l’albero e i fil d’erba,
a guardar la tua finestra, sereno,
che le ante s’abbandonano e la tenda
protegge, per non troppo essere vivi
ed indiscreti agli occhi di chi fuori
sulla strada procede a passo svelto,
cedendosi a metà, tenue sul vetro
trasparente e senza riflesso alcuno;
ed accanto una bicicletta al muro.
Distante, come se non io ci fossi,
rubo immagini al privato, da tempo
smarrito, in una calda
stagione, ritrovato.

Poi tu veloce, vicin quell’infisso
al telefono, confuse arrivano
le parole che non si distinguono:
le labbra non leggo tue ché la tenda
ostinata copre il tuo volto scuro
e giù via l’apparecchio con rabbia poi
e incertezza prima. Rassegnazione.
Sembrano lacrime, ma non le vedo,
fondonsi singulti, ma non li sento:
la tenda copre or sin quasi le spalle,
ferma un attimo e poi fuggire via via
da quel telefono, e sembra piovere.
Fermo resto a vederti,
sperando, ritornare.

Passano le stagioni, che l’estate
lascia alla frescura di mille foglie
la tela più bassa dalla salsa arsa
e dalla brezza. Davanti la tenda,
il davanzale e i fiori: or il cappello
di paglia, la scocca rosa sventola:
reclama le ripetute mancanze
tue, che più non t’affacci e svelta passi
all’ombra dell’interno ch’io non veggo,
ancor fuori con gli insetti gioiosi
e l’udir del mar forse appena dietro
le spalle poc’oltre il gran cielo e la via
ove la gente calda
più e più lesta s’affretta.

Caduche già le speranze e le foglie
nel pomeriggio tardo e nell’arancio
delle ore tra quel vespero e la nona.
La radio suona musica, altra tenda
diafana al vento, che perverso al libro
le pagine brevi accompagna duro.
Un nobile ritratto ora sul muro,
antico, sulla parete oltre l’uscio,
in pochi attimi veder m’è concesso,
dopo le imposte chiuse si fermano.
L’aria si raffredda e con essa, piano
pian, le speranze di scorgerti bella
come tanti anni or sono,
trascorsi a dubitare.

Il manto, che i miei piedi circondava
di rosso, grigio è, coperto di ghiaccio
sporco cumulo, che tremar mi faccia
pur se fornito di lane alla tenda.
Gelo indarno, entro a guardar quel carillon
danzante, senza intento di affacciarti,
tu, a quelle finestre che di condensa
i vetri coperti hanno: se potessi,
m’avvicinerei e scriverei più d’ora
col dito nudo, a te, parole dolci
che dir da un anno attendo, ma il pupazzo
di neve altero monemi severo
dalla sagoma lunga
tua lontana e soffusa.

Vado: qui lascio, per te,
il mio berretto caldo,
la mia sciarpa di lana.

 

Lorenzo Cusimano, Nell’attesa… leggo altro, Casteldaccia (Italy), 2008.

 

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