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Fosse che tutte le prime mie volte
ad altre donne a cui posi firma
furono nel disegno a te rivolte,
come se loro di un esperimento
venian parte, cavia e insegnamento.
E fu per te che m’aggraziai in sirma,
per tener, le dee e le muse tante,
vantaggio grande ai tuoi occhi rapidi
che al centro de’ miei fogli pallidi
impressero il mio calamo errante.
Ancora però non in me si spiega
come sospiri d’amor non piega
la tua compagnia nei vuoti
spazi, nonostante prima eran fuochi

e veloci fulmini a colpir il cuore.
Allor furono dunque prove dure
perché il disegno le volle sicure
a prepararmi alla tua salita
devastante, tal l’atomo scoccare
di potenza caduta, e tanto ardita,
che le sensazion furon varie e fitte.
Or non son rose profumate e dritte
né musiche alte, scomposte e compatte
a guidarmi in questo peregrinare
dell’umore mio che muta e varia
ai tuoi tanti cenni ascosi in aria
e piccoli, bensì mentale vizio,
al lime dello scrupolo esercizio

di logica e certa divinazione
che di tue parole e di tue mosse
sistemate son in erudite ampolle,
fine e contorto: se segni e occhi fosse
scienza dedotta di esattezza vera,
da essi trovar avrei soluzione:
però la mia mente madrice, che di esse
è alchimistica creatrice mera,
corretta e perfetta non è, per quanto
umana. Giusta ne è sì la ragione
che nella detta assenza di cagione,
nel muro duro e nella folla folle
s’abbandona. Rivoluziona tanto
i modi noti d’interpretazione

degli uccelli dai pindarici salti,
che nella mente mia rocciosa, alti,
fanno le stranissime situazioni
tra il dolce tuo silente fiatare
e il tuo lume candido invocare.
Come nei sogni ove appari, distratta,
sempre volta a scoraggiar, deflagrare,
il mito mio or ora sì esaltato
con fiere ricerche, rivoluzioni
e arse corse, un po’ come la rotta
nei vespri del lento lastricato,
ridente ed illuminato, a trovare
tua traccia e tua grazia e ver vita,
che misteriosa appare basita.

E tutto ad un tratto che come il vento
si placa in mo’ a lasciare sol disordine,
si perde e disfa la tua presenza
sì tanto che sulla tua esistenza
dubitar diviene il mio tormento,
che sol l’angelo tuo avrebbe a solvere
il domma che la fede in ragionare
ha del tuo angelicato giungere.
E non vorrei però riemulare
chi l’amata seppe bene lodare
che d’ella grazia fu al mondo riserva;
nella vigliaccheria bella e odierna
del fuggire, e sorridere, giovine,
invece hai te difese da Minerva.

Armi ancora inde vedi me piegato,
dalla ricerca che snerva, bloccato,
uomini forti e divini giudici.
In qual luogo poni ora gioia e luci?
Uomo vivi che i miei mondi paiono
scuri e lontani più di quella bianca
spiaggia ove la mia alma giace stanca?
Viva sempre l’ingenua speranza
ch’in disfatta or m’accompagna la danza
ne’ luoghi gremiti, vecchi e vissuti,
che nei tempi amici non furono
tanto che da essi fuggii a non tornare;
oggi invece tal modo più non pare
ché ricercar m’è vano in questo mare.

 

Lorenzo Cusimano, Carmina Dearum, Casteldaccia (Italy), 2007.

 

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