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Ridette il tuo coraggio,
con te la tua paura.
Stette il diavolo seduto e innocuo
mentre al cielo gridavi
«Pater noster qui es in cælis»
per ritornare la fede perduta
in un dio partito per le Bermuda.
«Santificetur nomen tuum»:
che il nostro non conviene
santificarlo in quanto
uomini, in quanto veri.
«Adveniat regnum tuum»
senza comunisti, liberi e belli:
tutti nuovi, a spezzare un pane nuovo,
senza più gli orrori della coscienza
e della conoscenza.
«Fiat voluntas tua sicut
in cælo et in terra»
e noi serviremo da schiavi per bene
i capricci dei tuoi colti pastori
e delle tue leggere pastorelle,
occupati da allevamenti e armenti
e col ghigno superbo tra li denti
e la godereccia soddisfazione.
«Panem nostrum cotidianum da nobis
hodie»:
ridacci ciò che è nostro,
che la fame sbrindella
la mente, pur la savia.
«Et dimitte nobis debita nostra
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris»,
che ancor piangon i viperei interessi,
oh finanziarie dell’otto per mille
alla nostra Sanctæ Romanæ Ecclesiæ.
«Et ne nos inducas in tentationem»
poiché in fondo siamo buoni e gentili:
la carità sfrenata
che ci perseguita con rabbia ed occhi
di fuoco e spranghe chiodate ed allora
«libera nos a malo».
E così sia, e così sia, e così sia, amen,
e che nessuno ci metta
i bastoni tra le ruote:
noi abbiamo deciso,
le nostre scelte sono
improcrastinabili,
le nostre meglio sono pregne,
gli uteri delle sante
immacolati.

Io m’accendo una sigaretta.
E che dio ce la mandi buona.

 

Lorenzo Cusimano, Carmina Dearum, Casteldaccia (Italy), 2007.

 

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