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Cade il grandissimo capo com’il mito
dell’eroe, all’ultima fatica, tradito
dal voler rendere esagerata e vera
l’azione contro una precarietà fera.

Io vago com’egli assorto, vago e triste,
nell’amaro d’un futur che non esiste
e di una donna mai apparsa e ch’io sol vidi
in cui speranza e amor nuovo intravidi.

Fosse quasi un comun immobil fattore
a segnar ne’ compagni un curo stupore
e nei fissi progetti un tal piazzamento
da condur un uomo a eviar comportamento;

ragionar umile e scoraggiante viene
come natura grigia in facoltà piene
di chiasso e di privato foco ed in loco
ritorna la figura errante in un gioco

tra forze spente e cadaveri d’infanti
gonfi tra le braccia di madri ansanti.
E ancora si pensa e scorre l’amarezza.
Volti fermi ed esigua importanza ai tanti

cui parole offrono con fredda dolcezza:
ma il capo vuol giustizia per il suo lavoro
in parte degno di più onesta accortezza
da chi decide a pieno pugno il futuro.

 

Lorenzo Cusimano, Carmina Dearum, Casteldaccia (Italy), 2007.

 

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2012-03-01 11.28.40

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