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Voglio scriver ancora un’ultima volta:
i miei miti amato hanno
senza il timor e con l’ardor equo
cavalcando e domando le furie
bianche dei sogni.
L’amor duro ritorna, l’amor reale;
amar che non perdona
la debolezza dei cuori
che dell’affetto poco si cura
e per il piacer s’avvale
e si vende. Largo non c’è
per tremori e gemiti,
che la verità è scomoda
ma l’amor è giusto.
Niente spazio per i sentimenti
ascendenti e ‘nichilenti
che dal soffrir trovan gusto:
mai la scena al penar vivo,
motor immobile per cui lo scrivo,
vecchia tradizione e il troppo sperare
di voler come chi del passato diventare,
in cui fiducia, speranza e vita
– tornino allora fede, ignoranza e realtà –
era riuscito a conceder ed ad ottenere.
Mai impresa più ardua
– nell’impossibilità a cui brindo, anche da solo,
ormai non più pulcino voglioso del primo volo –
neppur i grandi miti
da tempo fuggiti
tale fatica dovetter sostenere
per dieci volte più tanto piacere.
Impresa suicida – spunteranno anche
meteore di roccia – ov’io non comprendo
qual sentimento portò lei
a fidar di e ad amar di lui,
e proprio non capisco come tutto poi
non possa ricombinarsi
nelle attese di altri:
perché tanto concedersi e creder
in una prima volta? I grandi
certe domande non se le son mai poste,
hanno sempre avuto le risposte.
Il senno fugge da me
e non mi permette di vedere.
Allievo deludente allor mi mostro.
Rassegnarsi ormai è una costante,
ma io spero in lei e in un noi…
E dove non arrivano
i miei occhi
arriverà il mio fidare…
meglio non averla, mi dice…
evitando d’esser gentili…
ier sera volevo dirle una cosa,
ma la circostanza
non l’ha permesso: ma perché
un “ti amo” è una così cattiva,
pessima frase.

 

Lorenzo Cusimano, Quattordici poesie per un sonetto d’amore, Casteldaccia (Italy), 2006.

 

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