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Scrivo questi versi all’anima mia
che dentro me non vive
e che in altrui spiriti dimora,
di chi al cuore emozioni forti
e speranze recanomi;
ora in vita ripara e s’attanaglia
nei pensieri e nelle lacrime
di chi tempra forte e animo tempestoso
ha voluto ospitare, pur sapendo
di cotanta sofferenza, il mio olezzo
di coscienza spenta,
sicché seduto ai tavoli di spine
gli sguardi eminenti osservano e giudicano
io pavento il mio dimostrar riconoscenza
sempre inadatto e poco rispettoso
verso che rifugio con bontà infinita
ha portato all’anima mia vagabonda;
ma me ingrato, dover ringraziare
dovrei perché il principio non può esser
adombrato e in disparte messo
per egotismo e viltà,
amore ed umiltà dovrai costruire
e portarsi in dono
a sì dolce creatura che funesta
ragione vuol triste vuol dura e piangente
in una vita ladra dei momenti
che dovrebbero esser liberi e gioiosi
nel cielo e nel mare de’ sentimenti,
in un mondo in cui giustizia
non sia un retaggio apparente
un inferno di ipocrite
valenze, in cui l’unico rimedio è il pianger
ininterrotto e disperato ove la rabbia
di distrugger un muro a calci e pugni
e urlar la cocente disperazione
tra le mani sanguinanti e le dita
spezzate e le ragioni spezzate di chi ha giovato
di tanta speranza altrui di chi ha macchiato
la serenità: la rabbia è un vincolo
vorticoso e un vizio, l’ira funesta porta
alla morte al precipitare rapido
degli eventi. Destarsi quindi credo sia scelta
migliore e ragionare, non per forze,
ma per volontà buona di dar il meglio
all’opra di giusta e divina grazia
che è sola lei, solo lei mio rifugio
e mio chetamento e mia pace.

Limitato nelle mani e nel pensare,
rispetto a suo splendido essere,
immortal comune ricerco e vorrei
che fosse bello e benevolo
tutto, nel mondo, nell’universo, nel cielo
in cui il mio sole splende, nelle stelle per lei:
vorrei poter correre verso il mare
in cui le onde bianche l’accarezzino
su cui i gabbiani gridino la loro gioia
nel vederla, nel volare felici sorretti
da una brezza di salsedine e di profumo;
vorrei in un cielo realmente azzurro
con tante nuvole colorate
che a suo piacimento tornino bianche
e che siano morbide e fragili,
vorrei farle toccar con mano
e portarla lassù a giocare
senza che nessun pregiudizio possa ruinarle
la gioia in volto; vorrei un mondo
in cui la musica fosse tutta sua
fosse vera fosse viva;
vorrei un mondo tondo
e soprattutto comodo su cui
tranquillamente possa distendersi
e dormir beata con i suoi dolci
occhietti chiusi e le gote d’ammirare
nella tentazione di baciare; vorrei un sole
che non possa spegnersi in una mattina
di nebbia odiata a confutar i raggi
dell’amata stella; un mondo dove i desideri
vecchi e vicini giacciano tra il peso
leggero dei cuscini e la sua testolina;
vorrei un mondo anche piccolo tale da tenerlo
in mano, nelle sue manine fredde, calde, picciole;
vorrei un mondo con le lacrime sol di gioia,
vera gioia, senza la voglia di star s’un letto
e buttar lo stomaco in singhiozzi
e maledetti pianti, un mondo senza federe
inzuppate, senza uomini malati e cuori affannati,
un mondo dove la famiglia sia una, unica
e grande, un mondo in cui scompaia
il prosciutto dalle pizze e la birra
si paghi a poco prezzo e i pacchi da venti
infiniti; vorrei un mondo dal mare
sempre bello e sempre a due passi da casa;
vorrei un mondo ove la scuola sia giusta,
senza che le riforme e gli insegnanti
costringano ad alzarsi troppo presto,
e che i vecchi docenti non urlino invano
e siano istruiti e umani; vorrei un mondo
dove io possa stare nascosto dietro i muri
a guardar lei che contenta va con gli occhi
tranquilli e belli (sempre quelli); vorrei un mondo
con i sabati senza ora di rientro e senza
paranoie da dover bere e piangere perché il mondo
attuale fa schifo, le strade, le piazze,
la gente fa schifo; vorrei un mondo
felice e non un romanzo; vorrei
che fosse sempre Francia, che fosse sempre
estate, sempre sole e mai quella mia amata
maledetta pioggia a cui rinuncerei per lei;
vorrei un mondo e un paradiso non solo
per santi, ma per la gente vera;
vorrei un mondo da far battere tutti i cuori
senza mai fermarsi, senza mai ritirarsi;
vorrei un mondo dove la distrazione
non sia un reato e i pensieri
la più autentica forma d’arte; vorrei un mondo
in cui i dubbi e le scelte siano rispettati
e le paure accettate e i cambiamenti
mai imposti con la stolta pretesa
di voler fare ciò che si vuole
di voler rubare la dignità di chi nell’onestà
basava il suo muovere e forse l’amore,
ma la realtà è stata cattiva e la speranza
smarrita è stata che tutto
è un calvario e un sospetto
– la realtà oggi azzera le prospettive,
consolidare i vincoli forse non ha senso
e qualcuno si trova a pagar in certi modi
colpe altrui, neppur la birra,
e la fiducia è vera, ma non ha
nessun potere così pare come se fosse
tutto un inutile sforzo per chi
il mondo vuole che non cambi –
vorrei un mondo, vorrei un mondo
dove tu ridi, dove tu sorridi e te stai bene,
un mondo e un venticello docile
che muove i tuoi riccioli e rinfresca
le tue carni e dà spazio ai tuoi sogni;
vorrei un mondo o vorrei solo lei,
ma lei non può con sto assurdo
sistema globoso e faticoso per chi ha
la mente grande come la sua
e che in libertà dovrebbe vagare
senza nessun tipo di costrizione
frontiera che lo sporco nostro
mondo impone di violenza
e codardia, vorrei un mondo per te
che non ti faccia soffrire
e che scacci via il pianto con un batter
di vento primaverile.

Ritornando però coi piedi pesanti
su questo mondo, vigliacco mondo:
alla mia bimba posso solo deludere,
perché è vero che tutto ciò
sarebbe mio desiderio piacere e dovere
ma al render conto capisco
di non poter che assister impotente
allo scempio di un mondo che l’assale
e tanto la fa star male,
attonito incapace di muover dito
incapace incapace incapace,
mentre il tempo se la ride:
questo non è amore se a lei non posso
donare anche un solo sorriso
un briciolo di quel mondo perfetto
disegnato e scritto in questi versi
e allora dentro c’è un buco grande
che soltanto altrettanto dolore
potrebbe riempire. E intanto io
immobile permetto che la mia bimba
pianga e il losco mondo rida.

 

Lorenzo Cusimano, Quattordici poesie per un sonetto d’amore, Casteldaccia (Italy), 2006.

 

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