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Euridice, ho ascoltato poco,
mai quanto ho cantato,
sì dopo i lamenti miei,
il silenzio di Cerbero
e la commozion di Pluto
gli occhi miei dei tuoi
bendati desiderio aveano,
tanto da ascoltare
le aspre e melodiche tentazioni.

Nel voltarmi ti ho persa,
la nemesi d’Aristeo
il mio dolore
spegnere potrà mai.
I miei canti o i miei rimpianti
mi condurranno nuovo
ai piedi di Plutone degli Inferi,
insieme alle ninfe,
che di punture ed api
per la mia ninfa son morte
in molte.

Perdonami Euridice, vicini al varco
eravamo insieme, era il suono
dell’aria vera a colorar le
tue labbra, che con la lingua bagnavi,
era il calore del sole, che da
tempo non vedevi, a riscaldar la tua
pelle gelida ed ero io
davanti a te.

Sono io, Orfeo il cantore malato,
distratto e debole. Debole
all’udir di quelle voci,
facile dalle tentazioni,
argonauta corrotto.

Chiedo il perdono o
la compassione degli dèi
viziati e torbidi,
e di te mia dolce
e defunta Euridice!

Il velen della serpe
ti fu fatale, non più
del mio stupido errore.

 

Lorenzo Cusimano, A quel cielo che non si vede più, Casteldaccia (Italy), 2002-2003.

 

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