Guerra agli umani di Wu Ming 2

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Documento 2
Dal taccuino di Cinghiale Bianco
Bozza di documento programmatico

Unica soluzione:
Guerra agli Umani!

Sulla Terra, tutte le forme di vita collaborano alla conservazione dell’ambiente.
Tutte tranne una: gli Umani. La loro principale attività è distruggere il Pianeta.
Tale comportamento ha una sola spiegazione: gli Umani non fanno parte di questo mondo. Nel DNA della specie c’è qualcosa di alieno. Siamo il frutto della violenza di alcuni extraterrestri sulle prime scimmie.
Per questo nel codice genetico degli Umani è impresso a grandi lettere un totale disinteresse per la Terra, quando non un vero e proprio istinto distruttivo. Questo istinto ha finito per prevalere sull’eredità animale della specie, con le conseguenze che abbiamo davanti agli occhi.
Sotto il dominio degli Umani, la Terra è condannata. Dunque, sono condannati gli stessi Umani.
Se fosse possibile riportarli sul Pianeta degli Antenati, si salverebbero capra e cavoli, ma la tecnologia necessaria potrebbe vedere la luce troppo tardi. Un’incognita eccessiva per una scommessa così importante.
Scartando l’Esodo galattico, rimane una sola strada per limitare la catastrofe: sterminare gli Umani – che sono comunque condannati – e salvare il Pianeta.
In realtà, qualche luminare della genetica con istinto scimmiesco molto sviluppato potrebbe tentare la modifica del Codice Genetico Umano, sostituendo la parte aliena con geni di origine animale. Ma chi ci garantisce che lo lascerebbero lavorare?
No. L’unica soluzione è la Guerra agli Umani.
Ucciderli uno alla volta sarebbe lungo.
Indurli al suicidio, anche.
La sterilizzazione di massa incontrerebbe le stesse difficoltà della modificazione genetica. Possiamo anche accettare una verifica di questi programmi pacifici, ma non appena ci saranno interferenze, procederemo con i nostri obiettivi.
Una bomba atomica distruggerebbe tutto, non solo gli Umani.
La soluzione finale sarà dunque un’epidemia, studiata per colpire solo gli Umani e nel più breve tempo possibile.
Ci stiamo lavorando. La chiameremo Diluvio.
Nel frattempo, occorre colpire gli individui più pericolosi. Quelli che più somigliano ai nostri progenitori alieni e che sono dunque più pericolosi dal punto di vista riproduttivo.
Scoprirete molto presto a chi stiamo pensando.

Wu Ming 2, Guerra agli umani, Torino, Einaudi, 2003, pp. 72-73.

 

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Voglio ascoltare la solitudine

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Voglio ascoltare la solitudine
sul locale del tredici agosto,
mentre tu dormi, arrabbiata,
insensibile ed indifferente.
C’è un mare di gente e di tristezza
intorno alle vacanze d’estate
e tu a credere t’ostini
nella rigenerazione.
Essa può avvenire solamente
assorbendo la linfa d’un’anima
appena morta, scarica, vuota,
senza futuro. Non è la cura
il sole, non il succo dei frutti
estivi, ma è già la fioritura
degli agrumi che profuma a morte.
Oggi ascolto la mia solitudine
senza cuffie, senza te che dormi.
È la mia una solitudine
dannata, che non ha fretta
ma pura voglia d’annientamento.
Basta il freddo generoso
d’un condizionator per lasciare
alle aspettanze degli anni
trascorsi la magra delusione
che nulla vale viver, ché nulla
più senza serenità.

 

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

 

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Fiammelle

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Amato v’ho per le vostre fiammelle
viuzze cittadine prische di vita
ch’ogni sera s’illumina più forte.
Parmi, pure, che ‘l tempo
arrivato sia di spegner le luci,
oscurare i palazzi e ricoprire
le insegne d’usati lochi notturni,
ch’ospitano solamente il disagio
d’una generazione. Ricopriamo
i lampioni e lasciamo che sia ‘l cielo
a darci la garanzia della luce
con le sue mille stelle, con i soli,
con i suoi tanti pianeti. Scuriamo
le vie percorse, respiriamo il nero
d’una notte d’agosto per vedere
le stelle, quelle che cadono a pianto.
Sarà nel lieto pianto d’una buia
città e d’una tenera notte chiara
che ci ritorneranno i desideri,
ché saremo capaci
di nuovo di rivedere le stelle.

 

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

 

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Agosto di P. V. Tondelli

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Agosto è bello starsene a casa con la città vuota nessun rompiballe in giro, magari arrivi che senti la tua solitudine farsi pesante ma è un gioco diverso ed esser soli fa molto più male in mezzo alla gente, allora sì che è doloroso e pungono le ossa e il respiro è davvero brutto, come vivere un trip scannato e troppo lungo. Ma agosto è bello starsene soli in città, prendere l’auto e girare fino a mattino spingendosi pieni di alcool verso la montagna che tutto è uno scenario disteso e silenzioso e passi col rombo dell’auto come al cinema, uscendo dal quadro un attimo dopo esservi entrato e non si rovina nulla. La via Emilia è la dorsale di questo mio agosto inquieto e torpido, selvatico e morbido. Stasera mi sono messo in macchina lasciando il Gigi a sonnecchiare, menomale che la faccenda di Bombay è morta lì. Ora non voglio muovermi, soltanto scorrazzare la notte in questa prateria. E la scommessa è venuta da sé. I bar tra Reggio e Parma, ventuno? No, trentatré.

 

Pier Vittorio Tondelli, Viaggio, in Altri libertini, Milano, Feltrinelli, 1980, pp. 85-86.

 

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Questo fu il nostro primo vero bacio

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Questo fu il nostro primo vero bacio.
Di fragola sapeva
e per la polvere posto non v’era.
Il cuore galoppava
impazzito, saltava
l’abisso e volava alto.
Il sole illuminava il tuo bel volto
imbarazzato, che l’astro di rosso
colorava: carminio d’emozione.
Avevi quella stessa camicetta
e sembravi più giovine che mai,
anche più di me. Vivo
è il nostro amore che nulla ricorda,
e che tutto prepara.
Solo attendere resta
e sarà anche bello aspettare, proprio
come il nostro primiero
bacio davanti il sole.

 

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

 

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Fu quello il nostro vero primo bacio

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Fu quello il nostro vero primo bacio?
Di fragola sapeva e per la polvere
posto non era. Il cuore galoppava
impazzito, alto volava, l’abisso
saltava. E ‘l sole illuminava il volto
tuo, imbarazzato e bello,
che di rosso accarezzava: carminio
dell’emozione tua.
E avevi quella stessa camicetta
ed eri più di me giovane fiore.
Ancora più giovane il nostro amore
che nulla ricorda e tutto prepara.
Dobbiamo solo attender.
Sarà bello aspettare,
proprio sì come il nostro primo bacio.
E il tuo corpo vibrava,
mi stringevano le tue braccia tese
e trattenevano il fiato
per la tua bocca nel respiro mio.
Ed era un sogno o forse la coscienza,
e da me non riuscivi più a staccarti,
e forte ti reggevi
a me, mentre il profumo
i tuoi capelli spargevan nell’aria
estiva. Gli occhi di stesso colore
abbiamo: l’ho notato
soltanto con il nostro primo bacio.

 

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

 

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La biblioteca

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Senza quell’anima, che lentamente
ne disponeva i drappi,
fredda resta la biblioteca mia.
Vuota appare senza quei dolci gesti
che intonavano ogni vero silenzio,
a patto che fossimo noi i lettori
di quei libri posati.
È spoglia dopo l’inverno pungente,
nella nuova primavera diversa,
dove a sbocciar non sono tulipani,
ma mute rose bianche.

 

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

 

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foto di Agostina Passantino

Vorrei sussurrarti la buonanotte

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… lenesque sub noctem sussurri…
(Orazio, Odi, I, 9)

Vorrei sussurrarti la buonanotte
mia, senza che le macchine dannate
la trasformino in cifre combinate.

Vorrei che fossero labbra carnose
a dirti «buonanotte» ad un orecchio,
che non sia un elettromagnete freddo.

Vorrei che a donare fosse una mano
al tuo volto una carezza con lieve
gesto, con un leggero dolce cenno.

Vorrei che fossero mie le parole,
non quelle disperse dall’ignoranza,
a tornar alla tua mente ridente.

Vorrei canzoni, vorrei poeti e santi,
un esercito, perché a te compongano
tutte le più belle odi, una per notte,

e le più alte lodi per le mattine
che vivrai, come per l’eternità
che non s’esaurirà senza corrente.

 

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

 

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Sta morendo la mia poesia

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Sta morendo la mia poesia
soffocata dalla politica
e dall’impegno sociale,
lesa dalla pornografia
e da parole che non colgo.

Il mal di vivere, che prima
c’ispirava, oggi ci ha vinto
e vulnerabili ci ha reso
e volubili come vecchie
civette, convinte che ‘l mondo
ci lascerà eredi di un trono
e ci farà santi pel fatto
di sprecare bianca carta
nella solitudine nera
di stanze gelate. Ricordo
ogni verso un fiore azzurro
che sbocciava da animo triste;
oggi ogni verso un fallimento,
ritmo spezzato che l’incanto
ha perso nell’alma volgare.
Non sarà speme per un poeta
che tale si ritenne, tanto
da dimenticare sì presto
che l’anima vera bisogna
d’un fattore che l’abbia in cura
e che la protegga dall’uomo
e dal suo vizio; ma poesia
fin troppo poca n’è rimasta
in questo mar di debolezze.

 

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

 

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Tanto mi preme il desìo di tornare

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Tanto mi preme il desìo di tornare
al tramontare estivo sotto il bosco
per mirar da lontano quelle stalle
e que’ granai che odorano di fieno,
di letame e di vita.
Era là la campagna gialla, calma,
dolce e rassicurante
che a luglio offre il suo seno
abbondante di frutti
e foglie. Profumo n’esce e mi riempie
il naso e l’occhio. L’ultima ombra prima
della notte ci ripara dagli occhi
indiscreti cosicché la tua mano
possa cercar la mia
e il terreno accoglierci
amanti, mentre la mia la tua bocca
trova ed intorno crepita la frasca.

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

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