Non c’è più spiaggia per giocare

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Il cielo è azzurro. Il sole splende in alto. La giornata è piacevole. Il mare è calmo e placido. È rilassante il suo sciabordare. La spiaggia si va riempiendo. È domenica: un metro quadrato di spiaggia non si nega a nessuno.
Le mamme sistemano le loro seggiole nella strategica posizione “tutto il sole per me”. Nel frattempo, i papà piantano gli ombrelloni adorati, a strisce bianche e blu, bianche e gialle, bianche e veri, con tante belle frange sui bordi. Aperto l’ombrellone si inchioda sulla sabbia e costringono i bambini alla segregazione solare. Intanto essi fremono. Non vedono l’ora di spogliarsi e rimanere in costume per immergersi nel mare, il mare calmo, il mare nostro. I costumini colorati e sgargianti, le fantasie bizzarre si abbinano elegantemente al kit del piccolo subacqueo o al set del novello scavatore. Continua a leggere

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Il porto sepolto di G. Ungaretti

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Mariano il 29 giugno 1916.

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta

quel nulla
di inesauribile segreto

Giuseppe Ungaretti, Il porto sepolto, Udine 1916.

 

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Noi siamo la morte di F. Pessoa

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Noi siamo la morte. Quella che crediamo vita è il sonno della vita reale, la morte di ciò che davvero siamo. I morti nascono, non muoiono. I due mondi per noi sono scambiati. Quando crediamo di vivere siamo morti; ci apprestiamo a vivere quando siamo alla fine.
Il rapporto esistente fra il sonno e la vita è identico fra ciò che chiamiamo vita e ciò che chiamiamo morte. Stiamo dormendo, e questa vita è un sogno, non in un senso metaforico o poetico, ma in un senso vero.
Tutto ciò che consideriamo superiore nelle nostre attività: tutto ciò che partecipa della morte, tutto questo è morte. Cosa sono gli ideali se non l’ammissione dell’inutilità della vita? Cos’è l’arte se non la negazione della vita? Una statua è un corpo morto, scolpito per fissare la morte con materia incorruttibile. Perfino il piacere, che sembra un’immersione nella vita, è piuttosto un’immersione in noi stessi, una distruzione dei rapporti fra noi e la vita, un’ombra agitata della morte.
Vivere è morire, perché non abbiamo un giorno in più nella nostra vita senza avere, al contempo, un giorno in meno.
Popoliamo i sogni, siamo ombre che errano attraverso foreste impossibili i cui alberi sono case, abitudini, idee, ideali e filosofie.
E non trovare mai Dio, non sapere addirittura se Dio esiste! Passare da un mondo all’altro, da un’incarnazione all’altra sempre nell’illusione che lusinga, sempre nell’errore che conforta.
Mai la verità, mai la quiete! Mai l’unione con Dio! Mai la pace vera, ma sempre un brandello di pace, sempre il desiderio di essa!

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Milano, Feltrinelli, 2000, pp. 202-203.

 

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Temporale di F. Pessoa

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Quest’aria bassa di nuvole ferme. L’azzurro del cielo sporco di un bianco traslucido.
Il garzone, in fondo all’ufficio, smette per un attimo di avvolgere lo spago attorno al pacco eterno…
“Com’è […],” commenta statisticamente.
Un silenzio freddo. I rumori della strada come se fossero tagliati col coltello. Si è avvertita a lungo, come un malessere di tutto, una cosmica sospensione del respiro. Si era fermato l’intero universo. Attimi, attimi, attimi. Le tenebre si sono carbonizzate di silenzio.
All’improvviso, acciaio vivo […].
Com’era umano il tintinnio metallico dei tram! Quale paesaggio allegro la semplice pioggia nella strada resuscitata dall’abisso!
Oh Lisbona, mio focolare!

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Milano, Feltrinelli, 2000, p. 49.

 

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Nelle prime giornate dell’autunno di F. Pessoa

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Nelle prime giornate dell’autunno giunto all’improvviso, quando l’imbrunire acquista l’evidenza di un avvenimento prematuro e ci sembra di avere indugiato troppo sulle nostre faccende quotidiane, io assaporo, anche nel bel mezzo del lavoro di ogni giorno, questa anticipazione dell’ozio che l’ombra reca, perché è notte – e la notte è sonno, focolare, liberazione. Quando si accendono le luci nell’ampio ufficio che emerge dall’oscurità, e noi ci accingiamo allo straordinario serale senza nessuna sosta per l’intera giornata, sento un conforto assurdo come se fosse il ricordo di un altro, e scrivendo mi sento tranquillo, come se leggessi aspettando il sonno.
Siamo tutti schiavi di circostanze esterne: una giornata di sole ci spalanca vasti campi in mezzo a un caffè di vicolo, un’ombra in campagna ci fa ritrarre dentro di noi e cerchiamo riparo alla meno peggio nella casa priva di porte di noi stessi; un imbrunire, perfino fra le cose del giorno, allarga, come un ventaglio che si apre lentamente, l’intima consapevolezza di dover riposare.
Eppure il lavoro non subisce ritardi: si anima. Non lavoriamo più; ci intratteniamo con il dovere a cui siamo condannati. E all’improvviso, attraverso il foglio grande e rigato del mio destino algebrico, la vecchia casa delle zie antiche chiusa sul mondo, alberga il sonnolento tè delle dieci, e la lampada a petrolio della mia infanzia perduta, che brilla solo sul lino del tavolo, mi oscura, con la sua luce, la visione di Moreira, illuminato da una elettricità nera, molti infiniti lontano da me. Viene servito il tè (lo serve la cameriera più vecchia delle zie, con avanzi di sonno e il cattivo umore paziente della tenerezza di un antico vassallaggio) e io scrivo senza sbagliare una cifra o una somma attraverso tutto il mio passato morto. Mi riassorbo, mi perdo in me stesso, mi dimentico in notti lontane, incontaminate di dovere e di mondo, vergini di mistero e di futuro.
E talmente soave è la sensazione che mi estrania dal debito e dal credito che, se qualcuno mi interpella, rispondo con dolcezza, come se il mio essere fosse vuoto, come se io fossi soltanto la macchina da scrivere che porto con me, portatile di un me stesso aperto. L’interruzione dei miei sogni non mi turba: sono sogni così dolci che continuo a sognarli mentre parlo e rispondo e converso. E in tutto, il tè perduto termina, ed è il momento di chiudere l’ufficio… Alzo dal libro che chiudo lentamente gli occhi esausti per lacrime non versate, e con un miscuglio di sentimenti soffro, perché con la chiusura dell’ufficio si chiude anche il mio sogno; perché il gesto della mia mano che chiude il registro occulta il mio passato irreparabile; perché mi reco al letto della vita privo di sonno, di compagnia e di tranquillità, nel flusso e riflusso della mia consapevolezza confusa come due maree che si mescolano nella notte buia, al limite dei destini della nostalgia e della desolazione.

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Milano, Feltrinelli, 2000, pp. 40-41.

 

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L’ultimo ricordo di un sogno

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Egli si svegliò con l’irrefrenabile necessità di raccontarle il sogno che aveva appena fatto. Era stata una notte tormentata, infuocata per le mille coperte, per l’antipiretico, per i pensieri. Non aveva chiuso occhio, poi, sopraffatto dalla stanchezza, era riuscito a prendere sonno, seppure in una forma leggera e incompleta.

Nelle prime ore del mattino, tuttavia, era giunto quel sogno strano, triste e angoscioso. Era lui, fermo a quell’età, i suoi trent’anni mal portati, non tanto nel fisico, quanto nello spirito e nella simpatia. Nel sogno gli era anche lei, di fronte a lui, seduta su di una poltrona. Non sarebbe stato così strano, se non fosse stato per il fatto che ella era invecchiata e tanto: era la lei dei suoi ottant’anni e qualcosa in più. La sua fronte era piena di rughe, i suoi capelli ingrigiti e i suoi occhi schiariti apparivano spenti. Stava seduta con una coperta sulle gambe e indossava una maglia di lana grigio-celeste con cinque bottoncini, sopra una camicia grigia con un grande colletto. Portava gli occhiali, gli stessi occhiali che aveva da ragazza. Nel sogno tutto sembrava dismesso. Ella stava seduta, triste e silenziosa; teneva le mani unite in grembo. Egli le stava in piedi dinnanzi, incredulo e incapace di spiegarsi del perché fosse così tanto più giovane, che, invece, sembrava giunta al termine di un’esistenza dolorosa e trafficata. Ella lo guardava con compassione, con gli occhi lucidi di una miseria. Aveva nell’espressione una profonda amarezza. Egli le stava lì di fronte in silenzio. Entrambi stavano in silenzio. Non capiva perché ella fosse così triste. Essi si amavano, avevano trascorso insieme anni di amore, di gioia; avevano affrontato i paradossi del loro tempo e superato ogni crisi, ogni dubbio, ogni turbolenza. In quel sogno gli era uno scarto di cinquant’anni tra loro, due vite separate, destinate ad allontanarsi e dividersi in dimensioni differenti e distanti. In quel sogno ella moriva; si spegneva, volgendo all’amato un ultimo sguardo languido e malinconico. I suoi occhi erano bagnati dalle lacrime, le sue guance secche e vuote erano solcate da rivoli. Continua a leggere

Io sono un saraceno di Sicilia di M. Gori

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Io sono un saraceno di Sicilia
da secoli scontento
un antico ramingo
che ha pace solo se va.
Ma il cielo è alto, è altissimo
e la mano dell’uomo non arriva
a rubare una stella.
Così vado in cerca di un fiore
da appuntarmi sul cuore.

Mario Gori, poeta di Niscemi (1926 – 1970)

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Da una nota audio… di P. K. Dick

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Insomma, dovete tener presente che dopo tutto siamo fatti solo di polvere. Ammetterete che non è molto se si vuole tirare avanti; e non dovremmo dimenticarcelo. Ma anche tenendo conto di questo, che non è certo un bell’inizio, non è che ce la stiamo cavando tanto male. Insomma, personalmente sono convinto che ce la possiamo fare anche in questa situazione del cavolo in cui ci troviamo. Mi seguite?

Da una nota audio a uso interno, circolata tra i consulenti di livello pre-mod della Plastici Perky Pat S.p.A. e dettata da Leo Bulero subito dopo il suo ritorno da Marte.

Philip K. Dick, The Three Stigmata of Palmer Eldritch, New York, 1964.

 

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Negatio sine qua non…

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odio tutti
per non lasciare scoperto nessuno

ci sono cose che con
una celebre carta di credito
non si possono acquistare
allo stesso modo
ci sono cose, concetti e persone
che sotto la mia ceratina non
possono ripararsi

certo non avrei immaginato,
che la mia ceratina potesse fare
una fine così truce coperta
dal vomito altrui,
ha cessato il suo glorioso servizio

non è la fisiologia umana
a farmi paura mi terrorizza
più il comportamento umano
non è l’individualità a spaventarmi
a incutermi timore è la solitudine
non è la diversità di pensiero
a generare in me il panico
sono la tracotanza
e la prevaricazione a preoccuparmi

dove troverò un’altra ceratina,
se essa mi abbandona?

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Inverno di F. De Andrè

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Sale la nebbia sui prati bianchi
Come un cipresso nei camposanti
Un campanile che non sembra vero
Segna il confine fra la terra e il cielo

Ma tu che vai, ma tu rimani
Vedrai la neve se ne andrà domani
Rifioriranno le gioie passate
Col vento caldo di un’altra estate

Anche la luce sembra morire
Nell’ombra incerta di un divenire
Dove anche l’alba diventa sera
E i volti sembrano teschi di cera

Ma tu che vai, ma tu rimani
Anche la neve morirà domani
L’amore ancora ci passerà vicino
Nella stagione del biancospino

La terra stanca sotto la neve
Dorme il silenzio di un sonno greve
L’inverno raccoglie la sua fatica
Di mille secoli, da un’alba antica

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
Cadrà altra neve a consolare i campi
Cadrà altra neve sui camposanti.

Fabrizio De Andrè, Tutti morimmo a stento, 1968.

 

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