L’ultimo ricordo di un sogno

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Egli si svegliò con l’irrefrenabile necessità di raccontarle il sogno che aveva appena fatto. Era stata una notte tormentata, infuocata per le mille coperte, per l’antipiretico, per i pensieri. Non aveva chiuso occhio, poi, sopraffatto dalla stanchezza, era riuscito a prendere sonno, seppure in una forma leggera e incompleta.

Nelle prime ore del mattino, tuttavia, era giunto quel sogno strano, triste e angoscioso. Era lui, fermo a quell’età, i suoi trent’anni mal portati, non tanto nel fisico, quanto nello spirito e nella simpatia. Nel sogno gli era anche lei, di fronte a lui, seduta su di una poltrona. Non sarebbe stato così strano, se non fosse stato per il fatto che ella era invecchiata e tanto: era la lei dei suoi ottant’anni e qualcosa in più. La sua fronte era piena di rughe, i suoi capelli ingrigiti e i suoi occhi schiariti apparivano spenti. Stava seduta con una coperta sulle gambe e indossava una maglia di lana grigio-celeste con cinque bottoncini, sopra una camicia grigia con un grande colletto. Portava gli occhiali, gli stessi occhiali che aveva da ragazza. Nel sogno tutto sembrava dismesso. Ella stava seduta, triste e silenziosa; teneva le mani unite in grembo. Egli le stava in piedi dinnanzi, incredulo e incapace di spiegarsi del perché fosse così tanto più giovane, che, invece, sembrava giunta al termine di un’esistenza dolorosa e trafficata. Ella lo guardava con compassione, con gli occhi lucidi di una miseria. Aveva nell’espressione una profonda amarezza. Egli le stava lì di fronte in silenzio. Entrambi stavano in silenzio. Non capiva perché ella fosse così triste. Essi si amavano, avevano trascorso insieme anni di amore, di gioia; avevano affrontato i paradossi del loro tempo e superato ogni crisi, ogni dubbio, ogni turbolenza. In quel sogno gli era uno scarto di cinquant’anni tra loro, due vite separate, destinate ad allontanarsi e dividersi in dimensioni differenti e distanti. In quel sogno ella moriva; si spegneva, volgendo all’amato un ultimo sguardo languido e malinconico. I suoi occhi erano bagnati dalle lacrime, le sue guance secche e vuote erano solcate da rivoli. Continua a leggere

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Io sono un saraceno di Sicilia di M. Gori

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Io sono un saraceno di Sicilia
da secoli scontento
un antico ramingo
che ha pace solo se va.
Ma il cielo è alto, è altissimo
e la mano dell’uomo non arriva
a rubare una stella.
Così vado in cerca di un fiore
da appuntarmi sul cuore.

Mario Gori, poeta di Niscemi (1926 – 1970)

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Da una nota audio… di P. K. Dick

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Insomma, dovete tener presente che dopo tutto siamo fatti solo di polvere. Ammetterete che non è molto se si vuole tirare avanti; e non dovremmo dimenticarcelo. Ma anche tenendo conto di questo, che non è certo un bell’inizio, non è che ce la stiamo cavando tanto male. Insomma, personalmente sono convinto che ce la possiamo fare anche in questa situazione del cavolo in cui ci troviamo. Mi seguite?

Da una nota audio a uso interno, circolata tra i consulenti di livello pre-mod della Plastici Perky Pat S.p.A. e dettata da Leo Bulero subito dopo il suo ritorno da Marte.

Philip K. Dick, The Three Stigmata of Palmer Eldritch, New York, 1964.

 

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Negatio sine qua non…

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odio tutti
per non lasciare scoperto nessuno

ci sono cose che con
una celebre carta di credito
non si possono acquistare
allo stesso modo
ci sono cose, concetti e persone
che sotto la mia ceratina non
possono ripararsi

certo non avrei immaginato,
che la mia ceratina potesse fare
una fine così truce coperta
dal vomito altrui,
ha cessato il suo glorioso servizio

non è la fisiologia umana
a farmi paura mi terrorizza
più il comportamento umano
non è l’individualità a spaventarmi
a incutermi timore è la solitudine
non è la diversità di pensiero
a generare in me il panico
sono la tracotanza
e la prevaricazione a preoccuparmi

dove troverò un’altra ceratina,
se essa mi abbandona?

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Inverno di F. De Andrè

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Sale la nebbia sui prati bianchi
Come un cipresso nei camposanti
Un campanile che non sembra vero
Segna il confine fra la terra e il cielo

Ma tu che vai, ma tu rimani
Vedrai la neve se ne andrà domani
Rifioriranno le gioie passate
Col vento caldo di un’altra estate

Anche la luce sembra morire
Nell’ombra incerta di un divenire
Dove anche l’alba diventa sera
E i volti sembrano teschi di cera

Ma tu che vai, ma tu rimani
Anche la neve morirà domani
L’amore ancora ci passerà vicino
Nella stagione del biancospino

La terra stanca sotto la neve
Dorme il silenzio di un sonno greve
L’inverno raccoglie la sua fatica
Di mille secoli, da un’alba antica

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
Cadrà altra neve a consolare i campi
Cadrà altra neve sui camposanti.

Fabrizio De Andrè, Tutti morimmo a stento, 1968.

 

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No man is an island di J. Donne

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No man is an island,
Entire of itself,
Every man is a piece of the continent,
A part of the main.
If a clod be washed away by the sea,
Europe is the less.
As well as if a promontory were.
As well as if a manor of thy friend’s
Or of thine own were:
Any man’s death diminishes me,
Because I am involved in mankind,
And therefore never send to know
for whom the bell tolls;
It tolls for thee.

 

Testo originale di John Donne tratto da Devotions upon Emergent Occasions, XVII meditation, 1624.

Nessun uomo è un’isola
Completo in se stesso
Ogni uomo è parte della terra
Una parte del tutto
Se una zolla è portata via dal mare
L’Europa risulta essere più piccola
Come se fosse un promontorio
Come se fosse una proprietà di amici tuoi
Come se fosse tua
La morte di ciascun uomo mi sminuisce
Perché faccio parte del genere umano
E perciò non chiederti
Per chi suoni la campana
Suona per te.

 

Traduzione italiana di Ermanno Tossi.

Suggerisco un’ottima riflessione e un interessante blog

 

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The sea is history di D. Walcott

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Where are your monuments, your battles, martyrs?
Where is your tribal memory? Sirs,
in that grey vault. The sea. The sea
has locked them up. The sea is History.

First, there was the heaving oil,
heavy as chaos;
then, like a light at the end of a tunnel,

the lantern of a caravel,
and that was Genesis.
Then there were the packed cries,
the shit, the moaning:

Exodus.
Bone soldered by coral to bone,
mosaics
mantled by the benediction of the shark’s shadow,

that was the Ark of the Covenant.
Then came from the plucked wires
of sunlight on the sea floor

the plangent harps of the Babylonian bondage,
as the white cowries clustered like manacles
on the drowned women,

and those were the ivory bracelets
of the Song of Solomon,
but the ocean kept turning blank pages

looking for History.
Then came the men with eyes heavy as anchors
who sank without tombs,

brigands who barbecued cattle,
leaving their charred ribs like palm leaves on the shore,
then the foaming, rabid maw

of the tidal wave swallowing Port Royal,
and that was Jonah,
but where is your Renaissance?

Sir, it is locked in them sea-sands
out there past the reef’s moiling shelf,
where the men-o’-war floated down;

strop on these goggles, I’ll guide you there myself.
It’s all subtle and submarine,
through colonnades of coral,

past the gothic windows of sea-fans
to where the crusty grouper, onyx-eyed,
blinks, weighted by its jewels, like a bald queen;

and these groined caves with barnacles
pitted like stone
are our cathedrals,

and the furnace before the hurricanes:
Gomorrah. Bones ground by windmills
into marl and cornmeal,

and that was Lamentations—
that was just Lamentations,
it was not History;

then came, like scum on the river’s drying lip,
the brown reeds of villages
mantling and congealing into towns,

and at evening, the midges’ choirs,
and above them, the spires
lancing the side of God

as His son set, and that was the New Testament.

Then came the white sisters clapping
to the waves’ progress,
and that was Emancipation—

jubilation, O jubilation—
vanishing swiftly
as the sea’s lace dries in the sun,

but that was not History,
that was only faith,
and then each rock broke into its own nation;

then came the synod of flies,
then came the secretarial heron,
then came the bullfrog bellowing for a vote,

fireflies with bright ideas
and bats like jetting ambassadors
and the mantis, like khaki police,

and the furred caterpillars of judges
examining each case closely,
and then in the dark ears of ferns

and in the salt chuckle of rocks
with their sea pools, there was the sound
like a rumour without any echo

of History, really beginning.

 

Derek Walcott, Selected Poems by Derek Walcott, 2007.

 

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The Passionate Shepherd to His Love di C. Marlowe

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Come live with me and be my love,
and we will all the pleasures prove,
that Valleys, groves, hills, and fields,
woods, or steepy mountain yields.

And we will sit upon the Rocks,
seeing the Shepherds feed their flocks,
by shallow Rivers to whose falls
melodious birds sing Madrigals.

and I will make thee beds of Roses
and a thousand fragrant posies,
a cap of flowers, and a kirtle
embroidered all with leaves of Myrtle;

a gown made of the finest wool
which from our pretty Lambs we pull;
fair lined slippers for the cold,
with buckles of the purest gold;

a belt of straw and Ivy buds,
with Coral clasps and Amber studs:
and if these pleasures may thee move,
come live with me, and be my love.

the Shepherds’ Swains shall dance and sing
for thy delight each May-morning:
if these delights thy mind may move,
then live with me, and be my love.

 

Christopher Marlowe, 1599.

 

Suggerisco un’ottima traduzione del poema

 

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Shall I compare thee to a summer’s day (Sonnet 18) di W. Shakespeare

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Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate.
Rough winds do shake the darling buds of May,
and summer’s lease hath all too short a date.
Sometime too hot the eye of heaven shines,
and often is his gold complexion dimmed;
and every fair from fair sometime declines,
by chance, or nature’s changing course, untrimmed;
but thy eternal summer shall not fade,
nor lose possession of that fair thou ow’st,
nor shall death brag thou wand’rest in his shade,
when in eternal lines to Time thou grow’st.
So long as men can breathe, or eyes can see,
so long lives this, and this gives life to thee.

 

William Shakespeare, Sonnets, 1609, XVIII. Continua a leggere

The rhythm of the time di B. Sands

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There’s an inner thing in every man,
Do you know this thing my friend?
It has withstood the blows of a million years,
And will do so to the end.

It was born when time did not exist,
And it grew up out of life,
It cut down evil’s strangling vines,
Like a slashing searing knife.

It lit fires when fires were not,
And burnt the mind of man,
Tempering leadened hearts to steel,
From the time that time began.

It wept by the waters of Babylon,
And when all men were a loss,
It screeched in writhing agony,
And it hung bleeding from the Cross.

It died in Rome by lion and sword,
And in defiant cruel array,
When the deathly word was ‘Spartacus’
Along the Appian Way.

It marched with Wat the Tyler’s poor,
And frightened lord and king,
And it was emblazoned in their deathly stare,
As e’er a living thing.

It smiled in holy innocence,
Before conquistadors of old,
So meek and tame and unaware,
Of the deathly power of gold.

It burst forth through pitiful Paris streets,
And stormed the old Bastille,
And marched upon the serpent’s head,
And crushed it ‘neath its heel.

It died in blood on Buffalo Plains,
And starved by moons of rain,
Its heart was buried in Wounded Knee,
But it will come to rise again.

It screamed aloud by Kerry lakes,
As it was knelt upon the ground,
And it died in great defiance,
As they coldly shot it down.

It is found in every light of hope,
It knows no bounds nor space
It has risen in red and black and white,
It is there in every race.

It lies in the hearts of heroes dead,
It screams in tyrants’ eyes,
It has reached the peak of mountains high,
It comes searing ‘cross the skies.

It lights the dark of this prison cell,
It thunders forth its might,
It is ‘the undauntable thought’, my friend,
That thought that says ‘I’m right!’

 

Bobby Sands, 1981. Continua a leggere