O creatore del firmamento stellato di Boetio

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O creatore del firmamento stellato,
che assiso su eterno trono
volgi il cielo con rapido vortice
e assoggetti le stelle alla tua legge,
sì che la luna, or splendente nel suo pieno disco
rivolta ai raggi diretti del fratello
oscura le stelle minori,
ora pallida nel suo oscuro disco
più vicina a Febo perde il suo splendore,
e colei che come Vespero sul far della notte
riconduce il sorger delle gelide stelle,
di nuovo, come Lucifero,[1] cambia il suo solito corso,
impallidendo al sorger del sole.
Tu, al rigor del primo inverno che fa cadere le foglie,
raccorci la luce in più breve durata,
tu, al sopraggiungere della torrida estate,
assegni alla notte veloci le ore.
La tua potenza regola il mutar delle stagioni,
sicché le fronde che il soffio di Borea porta via
tenere le riconduce poi Zefiro,
e quelle che Arturo vide come sementi,
Sirio le dissecca come alte messi;
nulla sciogliendosi dall’antica legge
si sottrae alla funzione che gli è propria.
Tutto governando con sicuro destino,
i soli atti umani rifiuti tu, reggitore,
di imbrigliare nella debita misura.
Perché infatti la fortuna fallace
volge sì grandi vicende? Opprime gli innocenti
la dura pena dovuta al delitto,
mentre voleri perversi si assidono
su alto trono e i malfattori, con iniquo scambio,
calpestano il capo dei giusti.
La chiara virtù avvolta in oscure tenebre
giace nascosta e il giusto sconta
le colpe degli iniqui.
Proprio a costoro nulla nuoce lo spergiuro,
nulla la frode adorna di ingannevole colore.
Ogni qual volta poi essa decide di usare le sue forze,
gode di assoggettare a sé i più grandi re
che popoli innumerevoli temono.
Oh, volgiti ormai a riguardare la misera terra,
chiunque tu sia che coordini l’armonia delle cose!
Parte non vile di tanta opera,
noi uomini siamo sballottati nel mare della sorte.
La violenza dei flutti, o reggitore, tu calma
e mediante la legge con cui reggi l’immenso cielo
rinsalda stabilmente la terra.

Boezio, Consolatio Philosophiae, 1, V.

[1] Vespero e Lucifero indicano Venere, nomi con cui i poeti latini chiamavano il pianeta «portatore di luce» in quanto precede il sorgere del sole.

 

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Ogni natura umana di H. Hesse

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Ogni natura umana ha i suoi lineamenti caratteristici, il suo marchio, le virtù e i vizi, il suo peccato mortale. Uno dei caratteri del lupo della steppa era quello di essere un uomo serale. Per lui il mattino era la parte cattiva della giornata che egli temeva e non gli portò mai alcun bene. Egli non fu mai lieto in nessuna mattinata della vita, non ha mai fatto nulla di bene prima di mezzogiorno, mai avuto buone idee, mai fatto cosa grata a sé o agli altri. Solo durante il pomeriggio si scaldava lentamente e diventava vivo, soltanto verso sera, nelle giornate buone, diventava fecondo, attivo e persino ardente e lieto. Per questo aveva tanto bisogno di solitudine e d’indipendenza. Nessuno ha mai avuto un bisogno più profondo e più appassionato di essere indipendente. Da giovane, quando era ancora povero e faceva fatica a guadagnarsi il pane, preferiva soffrir la fame e andar intorno stracciato pur di salvare un brano della sua indipendenza. Non si è mai venduto per denaro o benessere, non si è mai dato alle donne o ai potenti, e mille volte ha buttato via e rifiutato quello che secondo tutti sarebbe stato il suo bene e il suo vantaggio, pur di conservare in compenso la libertà. Nessun’idea gli era più odiosa e ripugnante che quella di avere un impiego, osservare un orario, obbedire agli altri. Odiava gli uffici e le cancellerie come la morte, e la cosa più orrenda che gli potesse capitare in sogno era la prigionia in una caserma. A tutte queste sciagure seppe sottrarsi, spesso anche con grandi sacrifici. In ciò consistevano la sua forza e la sua virtù, qui era inflessibile e incorruttibile e il suo carattere era saldo e rettilineo. Ma con questa virtù erano anche strettamente collegate le sue sofferenze e la sua sorte. Capitò a lui ciò che capita a tutti: quel che cercava con ostinazione per l’intimo bisogno della sua natura egli lo raggiunse, ma più di quanto sia bene per l’uomo. Ciò che da principio fu il suo sogno di felicità, divenne in seguito il suo amaro destino. L’uomo avido di potere incontra la sua rovina nel potere, l’uomo bramoso di denaro nel denaro, il sottomesso nella servitù, il gaudente nel piacere. E così il lupo della steppa si rovinò con l’indipendenza. La meta egli la raggiunse e divenne sempre più indipendente, nessuno gli comandava, non era costretto a seguire nessuno e decideva liberamente delle sue azioni e omissioni. Ogni uomo forte infatti raggiunge immancabilmente ciò che il suo vero istinto gli ordina di volere. Ma raggiunta la libertà Harry s’accorse a un tratto che la sua libertà era morte, che era solo, che il mondo lo lasciava paurosamente in pace, che gli uomini non lo riguardavano più né lui riguardava se stesso, che soffocava lentamente in un’aria sempre più rarefatta senza relazioni e senza compagnia. Infatti era arrivato al punto che la solitudine e l’indipendenza non erano più un’aspirazione, una meta, bensì la sua sorte, la sua condanna; e una volta pronunciata la formula magica senza poterla più ritirare, a nulla gli serviva tendere le braccia con desiderio e buona volontà ad essere disposto a cercar legami e comunioni: tutti lo lasciavano solo. Non che fosse odioso o antipatico alla gente. Al contrario, aveva moltissimi amici. Molti gli volevano bene. Ma quella che incontrava era soltanto simpatia amichevole; lo invitavano, gli facevano regali, gli scrivevano lettere garbate, ma nessuno gli si accostava, nessuno si legava a lui, nessuno aveva la voglia o la capacità di condividere la sua vita. Adesso era circondato dall’aria dei solitari, da un’atmosfera tranquilla, dall’incapacità di rapporti col mondo che gli scivolava via, e contro questo stato di cose nulla potevano la volontà e la nostalgia. Questo era uno dei tratti più caratteristici della sua vita.

H. Hesse, Il lupo della steppa, 1927, pp. VIII-X.

 

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Abbiamo smesso di fumare

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Abbiamo smesso di fumare
per amarci e nelle bocche
nostre piene di parole
e di baci profumare.

Adesso te ne vai
senza una cagione, spegnendo
una sigaretta con una mano
fredda su un cuore
bruciato dal gelo,
come dalle tue risposte.

E che ne sarà del tabacco,
– mi chiedo – che avevamo
nascosto per non fuggire
alle nostre tentazioni?
e che ne sarà di quei rametti
che abbiamo succhiato
per sentirci liberi e felici?

Abbiamo smesso di fumare
e tu vai via, dimenticando
i giorni e non gli anni,
dimenticando i ruoli e gli orari
in cui dovevamo scappare
e gioire dell’inverno.

Abbiamo smesso di fumare
ed hai spento la tua
ultima sigaretta su di me
che non ero pronto ad amarti
e che non volevo lasciarti.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Forse v’è della tristezza

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Forse v’è della semplice tristezza
nel modo tutto nostro di guardare
alla vita. Con il pensiero al mondo
e un’altra vana speranza nel cuore
che s’illude, oggi cresce il grande salto
che ho nell’animo muto. E non so a cosa
pensare e cosa dire a chi ne chiede.
Un fremito ancora dietro la schiena
vorrei e pensare a lei nuda sul letto
estivo ed a te che nulla hai con me.
E poi una volta ancor giunge la sera
nella stanza gelata e silenziosa.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Coricarsi nella solitudine

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Coricarsi nella solitudine
della sera in una casa vacante
e sconosciuta, mentre
tu ignori le lacrime
dei giorni e delle scelte.
Solo il biancore delle mura spoglie
ha un senso vero in questo autunno freddo
torinese. Le candide pareti
mi ricordano ancora le tue mani
e i tuoi sorrisi, non dimenticando
i motivi e le divisioni, mentre
il secolo si prepara alla guerra.
Giungono i segnali al color del sole
quando è giunto il momento
di mettersi a letto. Non i tuoi attesi.

Rincorrersi nella sera
tra la solitudine
di una casa vuota
è un leggero morire
senza speranza di una resurrezione.
Qui ancora aspetto
che tu mi scriva, pur sapendo
che il silenzio sarà il mio
miglior compagno
per una bevuta di glen grant.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Guarda l’orologio di Piazza di Città

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Guarda l’orologio di Piazza
di Città ed a lato la luna.
Si può star fermi ed annaspare
nell’indissolubile trama
degli eventi. Tornar non è sempre
(forse mai) lo scioglimento migliore.
In un giorno di ordinaria magia,
tutto si trasforma e niente muta,
un po’ come il concetto di «divenire».
E noi cosa diventiamo? Cosa
siamo diventati nel corso
di questi anni e di questi secoli?
Per fortuna questa è la piazza
delle Picche e della Morte. La piazza
degli Scacchi l’abbiamo superata
poco fa. Finché c’è luce
in questo autunno, io voglio
continuare a sperare che dietro
a ogni cosa ci sia un disegno
che io non comprendo,
che la dialettica non sia quella spicciola
e banale, ma quella sublime
dei miti, degli eroi e degli dei.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Tetris

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Incastra i giorni, le ore, i minuti,
gli incontri, le cuffiette, le docce,
le lezioni e le ciabatte.
Non dimenticare di mettere bene
in ordine i sentimenti, le foto
dal cellulare, la spesa appena fatta,
le tessere, gli abbonamenti e gli abbonati.
Fai attenzione a non sovrapporre libri,
parole, opere ed omissioni.
Regola gli ingressi di animali
e soprattutto di persone, di eroi,
partiti e manifesti culturali.
Sistema convenzioni, leggi, ragioni,
ricette con ingredienti semplici e genuini;
metti a posto gli scontrini, le traiettorie,
gli appunti, le cartucce dei videogiochi,
i vhs dei videoclip e le canzoni.
Assegna un posto alle falle
del pensiero, al disordine della logica,
alle scorte di fazzoletti,
alle trame degli asciugamani,
alle ansie e alle stelle del mattino.
Ricomponi le linee che come sogni
poi scompaiono e terremoti,
lasciando segni e macerie.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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Debolezze

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Abbiamo superato i secoli
abbiamo abbattuto i muri
e generato sogni.
Oggi ci arrendiamo ai giorni,
vendiamo i sogni
e distruggiamo i segni
d’amore che teneri ci siamo donati.
Amanti nell’intelletto ancor prima
della carne, amanti fragili,
amanti calmi e vergati
dalle debolezze.
E forse i secoli pesano
su di me e forse gli errori pesano
su di te che sei giovane e speranzosa,
che dal creato sei amata.
Io sono avido e poco generoso
al tatto e dal cuore ruvido,
ogni verso composto
è solo una scheggia
che riecheggia
in un corridoio che fu il tempo
che ora si chiude nei giorni
di un autunno che sembrava
non arrivare.

 

Lorenzo Cusimano, Debolezze, Casteldaccia (Italy), 2014.

 

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Odio il nero dei tuoi occhi – II

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Odio il nero dei tuoi occhi
mentre cavalchi su campi
sterminati al sol calante.
La musica si ritrae
e il ritorno mi travolge,
così odio – ma non vorrei –
il nero dei tuoi occhi.
Sempre e troppo silenzio,
questa piaga che mi strazia,
sempre tra di noi.
E ti adiri e scappi
e io non tengo il tuo passo
che mi stanca e mi confonde.

Odio il nero dei tuoi occhi
e per questo resto fermo
mentre t’allontani,
tu che non m’accetti
anche se voglio darti
quel tanto che ti basti
per farti stare ancora un’ora
qui con me a raccontare favole
sul nulla di un giorno.

Odio il nero dei tuoi occhi
perché non so cos’altro dirti
e non so cos’altro fare
per scriverti ancora in una notte
prima del buio.
E non esistono le strategie
e non esistono i doni
e i simboli per un amore
frainteso e per un appuntamento
mancato e per un giorno
separato. Rimpiango i colori
ora che rimane solo il nero
di un furore volto alla sofferenza.
E non ho più alberi
da abbattere e uomini
da sgozzare e santi da insultare:
si scoprano le carte
e si gettino nel fuoco,
poi che nulla più vedo
oltre il nero dei tuoi occhi
e le rose rovinate
dal tuo mondo nuovo.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

Vedi anche Odio il nero dei tuoi occhi

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Marta ha detto

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Marta ha detto di non curarmi
delle fessure e degli strappi
su quel cielo grigio di fumo
del Canavese oggi discosto
più dell’estate da venire.

Marta ha detto di non cercare
le cadute[1] e le perfezioni
e le idee perché controllare
non è umano, non è divino,
ma solo privo di speranza.

Marta ha detto di non volere
la certezza e di non bramare
la perfezione più del mare
e del senno per non volare
nel limbo di un’altra città
disonesta come le frasi
che non ho detto per paura.

Marta ha detto
che soffrire è umano
che vivere è giusto
che amare non è obbligo
che decidere è l’errore.

Marta non conosce le facce
di luglio e degli ultimi baci
di settembre, come le tracce
degli errori e le melodie
delle radio colme di sogni
nell’illuminare del giorno.

 

Lorenzo Cusimano, Menzogne, Ivrea (Italy), 2017.

 

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[1] Colpe.